sabato, 26 gennaio 2008

La mia vita ha perso il senso, tutti i miei progetti sono a breve termine. Non voglio costruire più niente di duraturo. Basta illusioni. Mai ho sofferto tanto, eppure mai sono stato tanto giusto e prodigo di me stesso: non ho nulla da rimproverarmi. Mi arrabbio, e se potessi urlerei e ucciderei i miei nemici e poi la finirei una volta per tutte… quanta ingiustizia. Quel che viene da me seminato marcisce appena volto le spalle. Non faccio la vittima. IO SONO LA VITTIMA. Sono entrato nel mio ruolo, affidatomi tanto tempo fa a causa della mia bontà. Ma non sono un debole, reagirò. Il mio volto sarà l’unico degno di essere amato, il mio profitto l’unico a valere sacrifici. Troverò cosa mi sta bloccando entrando nella psiche, scovando il mio Globo dell’Istinto, il Globo della Ragione, il Nodo del cosmo che rappresento.

4 mag. 05


Ode a colui il quale ha spodestato il mondo della sua morale maledetta! Ode a Napoleone! Centottantaquattro anni fa si spegneva, per splendere sempre nella Storia che s’è conquistata a fendenti e affondi. Beato sei tu, grasso ometto senza scrupoli, iroso comandante dalla sicumera incrollabile, tutto fuorché vile! Concedimi un feudo del tuo vasto regno!

5 mag. 05


Una lama fatta di morte s’è infilata nel torso, e la devastazione della disperazione vuota ha infine fatto posto ad una giornata incredibilmente serena, tanto che mi domando se sia ancora io dentro o mi sia già ucciso… vedevo solo i suoi capelli, non voleva voltarsi, stanca dei miei piagnistei. Giusto. Poi finalmente rivela quel che da molto aspettavo: un motivo. Non prova più quel che provava prima: può succedere… non me la prendo. Semplicemente non vuole fingere. Cazzo, neanch’io voglio che lei finga! Questa constatazione, così candida, improvvisa, non troppo dolorosa, capovolge il mondo. Ora sono libero! Sono libero di andare dove più mi aggrada, le mie lacrime solo ora potranno scorrere (sono scorse) senza dubbi sulle mie guance sbarbate. Ecco l’unico segno che rimane di queste ventiquattro ore di ricordi: occhi irritati e stanchi, gote secche e piene di sale. E sono libero e riconoscente: grazie, mia cordiale coeva, grazie di tutto. Posso respirare e guardarmi intorno.

6 mag. 05


Ancora in giro, per cercare cosa? Mi accanisco contro questo mio personalissimo muro, sul quale le lacrime si confondono coi pugni. Crollerà mai? Pare impossibile.

Altri pensieri vanno al macello, diventano frattaglie di incoscienza, diluvi di speranze sanguinolente, situazioni lacerate, magari affettate o macinate per imbottire la mia pelle gialla. Ogni mia attività pare irrimediabilmente destinata a tramontare, ad essere un inutile alito d’invettiva contro la merda che incrosta il modo d’essere della gente…

Così, tutto il mio sforzo è inutile, trascinato avanti come una carcassa putrefatta, buona da mangiare e rivomitare nella carestia, vicina. Anzi, presente. Sono coinvolto in tutto e in niente, osservo come un pupillo alla scuola Pitagorica, ma il mio silenzio durerà ancora, forse mai una parola uscirà dalle mie sporche fauci.

11 mag. 05


Occhi sublimi, una pelle di pesca, un corpo delicatissimo e sicuramente bramato da molti… indecisioni esistenziali, riflessioni sull’amore e l’egoismo, il disgusto per ciò che è noto, una voglia pazzesca di trovare la sorpresa e tornare bambini. Ecco, un’altra creatura che si poggia e comprime il mio cuore ancora ferito… illusioni, distorsioni, fratture di una realtà sempre meno coerente per me. La mia delusione e il mio umore paiono interessanti oggetti di divagazioni… non tengo più segreti, manifesterò il mio caso clinico anche a lei (forse covando la segreta speranza di poter essere curato?). 

13 mag. 05


Come posso… trovarmi qui… grugniti, dure strutture del bello draghi drago rosso finito filtro purè restare di fronte al destino poiché frutto il nuovo gioco le mie unghie b nhgb nhg nbhgn hbgn hn mjh mnjhm njm nj bv c xsx,klk,llijjjjjjjjjjjjjjjjjjjjjjl vcvcsxxad bg vftg                           nhbgyhbng yyyyhuyjmnmjuk lk,kl,l.l.oò.òò-pàò.°_°_l.mkjnhjmbvgf  cdx xsxsdwdfrvyh6tghybngvfb g 5t4grbvbv ee3   volyt4rl,djfyjlijtkgv zaqedvrfk h

L’orrore di vivere senza accorgersi. Accorgersi di essere praticamente finiti. Basta continuare ad essere ordinati, che importa, BASTA. Fregarsi di nessuno, nemmeno di me. Rozzo pezzo di materia. It doesn’t matter. Stretto soffocato i polmoni s’aprono come fiori esplosi, no aria. Non c’è più aria. Mi tirano pugni da sopra! Fottuti bastardi!

15 mag. 05


Ieri che ero morto, allora sì che avevo paura… ora, ormai fuori è buio, è solo voglia tormentosa e filiforme di rivedermi sputar sangue, raccontare tutto di me e poi lasciarmi così, lasciarmi sfasciare ogni volta dalla carnefice di turno. So benissimo distinguere le mie azioni, questo è stato un errore. Da subito sconvolgerla con il mio fuoco gelido, lasciare che anch’essa legga cose che partono direttamente dal mio vissuto. Ma ieri sono morto, sarà forse divertente godersi le stesse scene di compatimento… Serena, forse la più sincera ragazza che ho mai guardata, mi dirà tutto in faccia… o così spero. Cosa cerco in lei? Nulla, sono già contento del mio vuoto, e se lei comincerà a riempirlo, la avvertirò: “Non ti permetterò di svuotarmi, dovrai uccidermi se lo vorrai.” E mi lascerei ammazzare senza fare storie. Lei, un’egoista esistenziale. Io, un vuoto dispensatore di nulla e amore (cioè nulla)… inutile sperare di concludere qualcosa di buono, ma non pretendo tanto: solo che lei baci le mie labbra e condivida qualche squilibrio. Non voglio… non riesco ad impegnarmi su me stesso. E ora neanche sugli altri… dannati. 

Devo aspettare…

16 mag. 05


Ancora lontano dall’alba, già dimenticato il tramonto: e cos’è allora tutta questa languida tenerezza? Chi aspetto? In quali occhi aspiro affogare? Scivolare senza timori in un nuovo amore, e, dopo tanti rifiuti, con lo stesso paralizzante equilibrio dei sensi? Devo essere pazzo… ma con una sfumatura ora sorrido, ora con un fremito vivo, godo dei più piccoli spettacoli, dei particolari meno eclatanti, e se penso al tramonto, o all’alba… quasi riesco a vederla, fra le nuvole ed altri riccioli rossicci, sorridente. È così facile innamorarsi! Si può parimenti riuscire ad amare? 

18 mag. 05


Porto l’inverno dentro. 

21 mag. 05


Sono triste, sono scoraggiato. Progetto combinazioni di felicità e amore, ma ormai ho imparato a non fidarmi. Sono un architetto smodato ed irrazionale. Nei miei splendidi palazzi vedrei morire i miei cari, schiacciati in poco tempo dalle strutture troppo deboli, perché plasmate nei sogni d’un pazzo. Questo pazzo sbatte forte la testa, sempre più forte, contro un muro che forse sta lì anche per consolarlo. Serena, perdonami. Sono un imbecille. Anche tu, A, per favore. È che so che i giorni continuerebbero a passare così, senza motivo, che avrei perso ormai il mio treno, Desiderio.

Nulla è reversibile. Solo andata… cazzo. Uno dei momenti più intricati e vacui di sempre, sono in bilico fra mille attenzioni e nessun obiettivo… non so. Strano e impossibile da tradurre, nefas. 

22 mag. 05


Sento feroce la sua mancanza, ma non posso più osare, mi sono esposto troppo a lei, le ho mostrato troppo bene lo schifo che nascondo… devo rimanere nascosto, aspettare che sia lei a tornare, ma ho una paura folle e gigante che lei non voglia più sentir parlare né di amicizia, né di uomini di latta, né di Buzzati, né di città. Né di me. Mi eviterà sempre così accuratamente? … Eppure. Sembrava proprio lei, pallidissima, i capelli raccolti dietro la nuca, all’altro lato della sala, la boccuccia piegata in quella stessa curva, gli occhi concentrati nello studio. Era lei. Mi avvicino, assurdamente attratto da un dubbio che mai avrei lasciato insoluto. Come un drogato, ondeggio verso lei, gli occhi già spalancati, la bocca secca e dolorante (non sa ancora cosa profferire, ma la sensazione del sangue è la prima a spaventarla). Probabilmente tutti mi osservano, sorpresi della mia informe paura, della mia convinta, suicida galoppata verso il baratro; solo lei rimane china, non si accorge di me… le somiglia anche in questo suo isolarsi. E no, non è lei. I riflessi di questo maggio dannato avevano indorato la chioma di questa sconosciuta e falsa A. . Non è lei. Cosa posso fare? Una deviazione malata, piegata in due dai conati, torno strisciando come un verme al mio posto, lontano, lontanissimo.

24 mag. 05


Tutto fiorisce di questi tempi, il mondo germoglia tutto assieme. Io sono rimasto, forse per nostalgia, un ramo d’autunno. 

25 mag. 05


Batte scricchiolante una pioggia fitta ed estiva, che mette i brividi
E sale un profumo di camomilla e lavanda, non so da dove
Tintinna la ringhiera, fuori nel balcone
Ho lasciato volentieri la finestra aperta, che entri l’umido.
Devo scrivere tutto subito, perché non perda l’incanto
D’un bambino che teme d’essere colto durante la marachella.
Questi sono i suoni che amo, fradici fino all’osso
E contenti senza giustificazione.

29 mag. 05

Per quale motivo il mio essere debole attira, o viene attirato, da persone tanto diverse? Non posso, non potrò mai dimenticare la mia piccola grande Simone de Beauvoir, che mi ha scambiato troppo presto per un nuovo, vago Sartre… e poi ha capito. Lei, invece, è ben più di una profonda pensatrice ormai morta ed erosa e spellata: lei è viva, è potente, è migliore; saprà dominare la propria destinazione dopo questa breve defaillance.

Questo altro imponente uomo, occupa tutto lo spazio possibile, con una prepotenza, un’arroganza affascinanti. Curioso che proprio me abbia scelto come suo scudiero. Il paradosso continua a tormentarmi… la sua reggia mi fa gola… i suoi domini fanno quasi sbiancare la paura del buio eterno. Sono tanti piccoli flash, magari mi stancherò presto di essi, o loro di me, chissà.

L’ingiustizia e, con altrettanto basso stimolo, le teorie, si sbattono il globo, stuprano la terra, quasi come una rinnovata versione dell’arcaico, africano rito d’iniziazione alla pubertà.

Come vorrei trovare un senso piacevole a tutto ciò.

Cosa li attira?

3 giu. 05


Come potrei reagire a tanta derisione nei miei confronti, se non curvando la schiena a nuove scudisciate?

Ho perduta ogni leggerezza, sono pesante e sprofondo e desidero ancora sprofondare! Addomesticami, sii mio amico! Crea dei legami! Non voglio che li spezzi…

Sono solo come tanti, sono solo.

Leggere Dino, mai ne sarò stanco; lui anche fu solo. Brillò solo.

Brillare è una cosa triste, se nessuno viene da te a scaldarsi.

4 giu. 05


Stanotte sogno proprio lei (e chi altri, se no?) in una cornice estrema come è naturale che sia quella d’un’immagine onirica. M’addentro in un’immensa aula magna (forse un Auditorium) e fremo e non posso stare ad ascoltare gli altri, perché so che lei seguirà la lezione di questo nuovo, anodino corso. Ed eccola, nascosta dietro un ragazzo sbarbato, ordinato, che le siede accanto. Denti affondano nel mio cuore sanguinolento: N. . Ma ancora qualcos’altro lo avvinghia e lo trapana brutalmente: lei porta un volto dipinto e ambrato, eppure, me dannato, il maquillage è soltanto una nuova maschera, e penso semplicemente che lì sotto, dietro una carezza, ci sarebbe ancora una volta la creatura che scaldò i miei pensieri torvi in inverno. Diventa in breve, nello spazio di un istante, un’ombra il suo viso. Eccomi. Di fronte a lei, col mio dono stretto ancora un poco nella mano, come d’una speranza che ha volume, cui un derelitto s’affida e si abbranca. Glielo porgo, ormai senza più forze. Il suo uomo sembra scomparso, è solo una trita questione sentimentale e romantica – nelle peggiori accezioni immaginabili – tra noi due. Per quale motivo sono qui ora? Forse che non conoscevo il fradicio destino verso cui sono proiettate le mie svolazzate brevi ed altissime, come sull’Egeo? Come ora, elettrico Icaro sprofondato nel sonno nell’oceano nell’Ade? Poi, è chiaro che sia così, le solite cose, di cui mi stanco subito, volo di nuovo basso, ed ammiro quel Livingston, lì seduto, ma alto e supremo sulla sommità del cielo.

Cosa mi aspetta? Una dedica così dura e sottile, un responso che, naturalmente, non potrà che essermi sfavorevole… La bacio frettolosamente, lascio nelle sue mani il libro, che presto lei scarta, felice (mi pare) e riconoscente… ma non faccio a tempo a vedere snudato della carta il volumetto: già scappo via (di nuovo col fiatone provvidenzialmente trattenuto alla sua vista, il palato arido prima, durante e dopo), e già corroso dal rimorso di parole troppo taglienti… e per giunta buttate giù da un'altra mano! Che imbecille sono! Possibile che lei abbia subito colto il tragico pas faux? Quasi mi rifiuto di crederlo… ma, oramai… tutto nuovamente ricostruito e distrutto nell’arco di poche ore improduttive, e sarebbe bastato lasciare un secondo a riposo il mio maledetto spirito romantico! Merda.

Ora rispondi, ti prego. Accettami.

E invece no. È silenzio.

6 giu. 05


È facile, maledettamente facile lasciar scorrere la vita senza pensarla come un unicuum, è facile chiudere una volta per tutte con le abitudini e le esigenze del cuore. Non scrivere… non è una fatica. Né una rinuncia. È intuitivo, nessuno mi rimprovererà per questo. Ma si è incompleti. Sono solo ed incompleto. Si può scegliere di non essere persone intere, e pian piano non scegliere più nulla. Anche quando scrivo rimango incompleto, e il mio dentro si nutre di tristezza, ed io impazzisco nel mondo. Ma allora io posso accorgermi di scegliere, vantarmi di pensare… le cose che ora desidererei scrivere sono state già marcate dalla spirale della dimenticanza, e ciò che riassumo da oggi e da ieri non mi regala soddisfazioni. I miei fulmini sono stati scagliati lontano, e non prego per essi.

18 giu. 05


Rocce. E mattoni. E corpi, foglie, batteri volanti,
guidati nelle dinamiche della luce  e dell’ombra dal vento.
Dall’entrata della mia caverna osservo questo.
E, sottilmente, entrano, puntate sul mio petto,
scaglie e schegge di istinto. E la luce di
un sole schermato si schianta sul selciato, come
tutto il resto, scagliato via dal vecchio significato, tutti
atterrati e sbucciati e sbriciolati sul ruvido di un breve
istante entro cui afferro la mia coscienza.

Non posso far finta che lei non esista. So, dannazione, io so che i suoi occhi osservano il mondo, tali e quali ai miei. Ricordo, troppo bene, l’odore consolante dei suoi capelli. Batte inquieto, il muscolo del dolore, batte le ore ormai passate, che non torneranno. Mai.

25 giu. 05


Sono un uomo sconfitto, piegato. Sto male, e faccio finta di essere felice e contento. Riesco a stento a trattenere le lacrime.

Non ci vuole molto per cucire una coincidenza… ma ora capisco che il ricordo di due mesi di affetto, di straordinarie coincidenze, non devono rendermi schiavo di una vita “relativa”. Se non sarà assoluta, a che pro spingersi oltre? Quando ormai non puoi che guardarti indietro… sono tante le cose da dire, ora che non ci vuoi più essere, eppure so di annoiarti, al punto che davvero penso tu non abbia avuto la forza e la volontà di leggere ciò che man mano il mio torbido istinto incideva per te. Ne sono quasi certo, ne sono quasi morto. Cosa intendevo? Forse esprimere per la prima volta con forza il mio desiderio di rivivere momenti perfetti? O di amare una persona senza vergogna? Non lo so… cosa mi rimane?

2 lug. 05


Le due e venti di un venerdì notte avvampato dal caldo e dal morbido, vellutato nero della veglia. Un sax mi accompagna, ma assorbo comunque un’emozionante turbamento: solitudine… a torso nudo, forse allucinato da una vaga speranza di riscatto, me ne sto. Aspetto, parallele, due luci. Ma di una solamente sono sicuro. Dovrei scendere per strada per cogliere tutto lo spettro di possibilità che mi può offrire questo luglio notturno, incandescente. In realtà smorto al sole. No, rimango qui, a sorvegliare idealmente, da molto lontano, le cose più preziose… sperando per esse un giorno sereno, che sconto ora nell’umiltà, nell’infimo del mio regno quadrato.

9 lug. 05


Cosa avrei dunque io di così diverso? Tutti sono divorati dal profondo, insomma? Il mio genio orgoglioso si nasconde ora timido dietro le mie vecchie parole imbottite d’esplosivo… dapprima scovo una stupida inutilità dentro la mia testarda aria triste… ma che diavolo voglio? Sono abituato, assuefatto all’incapacità di gestire i miei stati d’animo; e questi s’irrigidiscono, inevitabilmente. Ogni momentanea esaltazione è una magra preda da inghiottire fino all’ultimo nervo. Anche il mio grande desiderio si pianta davanti ai miei occhi, il prato, il cielo, il verde e l’azzurro, enorme spazio snello, mentre il mio insignificante corpo è goffo, steso e basta… ehi, sveglia! Sognavi di nuovo ad occhi aperti…

10 lug. 05


Tre giorni a cercare serenità senza fortuna… nelle notti fredde tutti quei corpi, intestarditi dalla droga, si infangavano, si bloccavano, pure essi fiutando un qualsiasi tepore, a spossare e ricucire i tendini del pensiero… ma io ero lì per altri motivi, ad aspettare qualcosa che io né da solo, né con gli altri avrei potuto mai realizzare… mancava il suo abbraccio, crudelmente sognato e teneramente immaginato. Squarciata, dilaniata tutta la tenerezza, spazzata via dalle voci e dal canto della notte tersa ed ignota ed ignara. Io il torpore, il torbido, il muto… triste affogare, questo. Nella vita, svuotata della Vita. Questa Rinuncia mi porta via ogni possibilità di traboccare, la mia gioia sarà sempre incompleta, ed io soffro: perché sono un egoista. Come posso uscire da me stesso? È la mia domanda sciocca di sempre, l’insolubile paradosso che peserà sempre sulla mia già insignificante inerzia.

E, Dio, spero di sbagliarmi, come già accadde… e non ho più desiderio di cercare… ma subito, subito, dovrà capitarmi tra le braccia. Non potrò dedurre un altro essere umano, come in quella vigilia lei mi prediceva… oh… lei.

22 lug. 05


Isola. Io sono un’isola, devo familiarizzare con l’acqua, per continuare a vivere (e, anche se non vi riuscissi, continuerei a vivere…). Chi può salvare un’isola naufragata in se stessa? E mentre ragiono sull’Odio infinito, sull’Amore assoluto ed incomprensibile nelle conche di mani semplicemente umane, piango. Mi riconosco e non vedo me stesso in Goetz, troppo potente, troppo malvagio, troppo eroico per essere il mio specchio. Sfidare Dio, da quaggiù è forse possibile… se non fossi così mediocre, lo farei!!! Ma amo troppo una delle Sue creature, e impazzisco dalla voglia di avvinghiare ancora la terra e lei, sono tutto proiettato verso un Continente umano che va in fiamme! Inutile farsi illusioni: lei NON È UN’ISOLA. Lei mi isola… forse per salvarmi… dal fuoco, dall’incomprensione, dai realisti… o forse non può ragionare con un idealista, che si spacca in due per sospendere il tempo in cui vive, e sbrana i suoi fiori psichedelici tutt’intorno. Ho paura. Ho paura del suicidio. Ho paura del suicidio di massa. Ho paura del suicidio degli altri in me… ohhh… per sorridere non potrò mai più pensare a lei… ohhh… quanto male, quanto Male.

23 lug. 05


Ventinove luglio, nel caldo. Sudore. Niente più attese. Voglio tacere. Ascoltare quello che mi sussurra una Bambola annoiata.

29 lug. 05


Prima che oggi finisca, confesserò di essere stato felice, di essermi sentito pompare il petto per un buon minuto. Paradossale il resto, e duro come al solito l’orizzonte… mentre immagino luoghi lontani illuminati da dio, che forse mai conoscerò, pure lei, Lei, LEI si sente il cuore oppresso e me lo dice con la grazia di una dama che concede un ballo al pazzo di corte… divina e così avulsa da ogni mio sconforto, lei rimane miraggio e realtà, figurina sottile… desiderata e non compresa…

1 ago. 05


Condurre sul sentiero nero di questi tempi nuovi spauriti greggi è follia. E, infine, tutto è folle e ingovernabile, perché tutto muore dalla voglia di morire, ed ha paura di morire, secondo il comune stimolo. È semplice capire che ciò che è eterno non è vivo, e che forse è morto: l’unico pensiero che vale è stato consumato dai secoli e la nebbia sul pascolo non lo lascia quasi più osservare. Immoto è il principio (motore) perfetto: esso non è nell’aria, non nelle pietre, né dentro le stelle; niente di lucente, niente di buio è perfetto. Esso è semplicemente… oltre. Tutto questo è già noto: il primo uomo sulla terra ne saprà quanto l’ultimo, forse di più. Entrambi, però, sentiranno il boato della morte, una strana attrazione proveranno verso il disfacimento e la riappacificazione delle sostanze e delle forme. Dio non esiste perché deve ancora venire, e il suo momento eterno, il suo movimento immobile si creerà da sé quando l’Entropia, il movimento mobile, avrà termine. Noi globuli non ce ne accorgiamo: tutto agisce molto al di sopra del concepibile, della guerra dei respiri atomici, dei valzer della mia penna (o questo si vuol sospettare?).

12 ago. 05


Barattoli rossi di ruggine, sul lato della strada, evocano rozze metafore. Tutto ciò che accadde in questi giorni, io ho lasciato che mi bagnasse e che scorresse via per sempre. Chiuso nell’ombra della semi coscienza, prima di addormentarmi, ho pensato: quest’estate, questa pagina è rimasta immacolata, bianca, ma impura. Anzi, maledetta. Ho perso il mio spirito, e mi riconosco di volta in volta in una vita anodina che rosicchia la mia futura immortalità. Posso forse sbagliare ad essere quello che sono? Potrò finalmente essere triste senza giustificazioni? Quelli che un tempo erano motivi che mi facevano intirizzire dall’emozione ora degradano nella loro manifesta semplicità. Non scrivo più niente… non c’è niente che valga la pena.

Oggi, ascoltando i discorsi frantumati e politici dei miei assuefatti e cari ascendenti – discorsi su tombe e forni e cose su cui è impensabile non parlare con terrore… – penso: la mia tomba. Dov’è? Quali saranno i miei ignari ed eterni compagni e vicini di loculo? Fino al Giorno del Giudizio rimarrò al buio, frantumato, ormai cosa ed elemento spento del cosmo…

Come posso quindi essere scandalizzato dal sesso facile della mia bambola?

24 ago. 05 (inizio)


Viola, verde, blu… sale così il cielo, nella sera inafferrabile e immatura. Nera, nera, solo nera sale la mia sorte: mi surclassa, ha troppo vantaggio ormai. O sono io che la inseguo? Non so, è buio. Forse sono solo suggestionato, solo nella scatola. Io sono da solo. Corro. E basta, nessun altro. Cosa mi aspetto? Di sentirmi afferrare una spalla, di afferrarne io una? I giochi solitari dei bambini… anche quando scherzano insieme: sono diventato un giocattolo… è semplice. Basta che aspetti la decisione dello stratega, irragionevole com’è ovvio che sia. La storia zigzaga… nuovi volti, assurde avventure per il protagonista-non-attore: succede e basta, non c’è assolutamente bisogno di recitare la mia parte. La scolaresca ha imposto volontà e violenza sugli esseri umani. Ogni pupo possiede vari pupazzi e bambole, li usa a turno, mentre gli altri giacciono ammucchiati fuori dal cerchio, mentre qualcuno viene decisamente scartato. Temo…

26 ago. 05


Io, senza la poesia estrema, sono nient’altro che un villano fallito, vomitante sangue, sono ripugnante. Devo assolutamente ritrovare la mia mistica solitudine. Miller ha rubato centinaia di espressioni al mio essere Artista, ma non posso scoraggiarmi, non posso limitarmi ad ovvie metafore, la più stupida piega del creato merita una festa di legami semantici. E le pieghe dell’universo, sebbene contate, sono ancora succose…

Non finisco mai di adorarla, è sempre più esteso il mio tumore-cuore.

Cerco di abbracciare una pietra.

31 ago. 05


Piove dentro.

Ah, rudimentali vanitose forme di vita, che vi scartate l’un’l’altra! …

“Vi odio tutti, mostri!”

… siete cieche. Voi non vedete mai nulla.

1 set. 05


Ogni volta arriva qualcos’altro a farmi paura, mai una storia lineare. Derive di dialoghi, scosse di mostri neri alati ed innocenti, imprevisti di oltre… fra indifferenza e differenza, i giochi noiosi dei giorni si lasciano lacerare dal fastidio di fortune e amori altrui… il mondo mi si mostra di nuovo di schiena: oggetti che cadono, angeli impassibili, un altro caffè ed un’altra sigaretta, ogni cinque minuti una donnetta decisa quanto inutile se ne va col suo uomo a fumare a discorrere a solleticare fantasie a lasciarmi completamente amorfo. Di queste persone io davvero non sento il bisogno. Distrazioni. Io pure devo risultargli estremamente repellente. Mi limito ad osservarli stancamente, e se è come penso io, sarebbe facile smascherare la noia nuvolosa che mi arresta; non saprei dove nasconderla; non me ne importerebbe nemmeno. Appena iniziato, questo mese, si proietta interamente nel letame, è già stabilito. Suscita depressione una scoperta del genere: brucerò lentamente, un trentesimo al dì, una frazione di questo dono-flagello … è già tutto sbriciolato e raggrinzito(neanche in potenza può abbeverarmi di speranze). Eppure, è una cosa nuova che mai più si ripeterà allo stesso modo! È una sorpresa già scartata, un odore già respirato, un delirio ormai ricorrente. Fatto: sono privo di conforto. Azione: detestare quasi tutto ciò che partecipa al fatto… errori, errori, errori, errori.

Ho pensato a lei così intensamente e con una tristezza tanto brutale che mi sorprende il fatto che non mi abbia sentito: desidero imparare l’arte della telepatia, forse costringerla almeno a non odiarmi. Domani per me è tra un mese, o tra un anno, o quando la potrò rivedere… avere accanto.

2 set. 05


Ho avuto paura che tutto finisse risucchiato. Che il collasso avrebbe trovato la sua strada risalendo su per le radici dell’universo. Continuo ad avere paura… non è ancora finita.

Squadrando la mia gabbietta, gli ignari ed indegni compagni di prigionia, ho sentito tutto chiudersi; un nuovo universo stava formandosi sopra le nostre teste con fragore e prepotenza. Ed io, il solo cosciente, il solo ingannato, ho tremato. Il suono diventava lo strumento furente del nuovo Demonio, che pistava la sua frusta infinita sul totale, con gocce diventate rosse per la mia disperazione. Imperlavo il mondo nel sangue, prima di lasciarlo. Questo fu per poco: andai a trovare, un’ultima volta, la mia salvatrice, di nuovo supplicai le sue pupille scure, immaginando infine l’oceano vivo dei suoi capelli, baciati da Mida e da me sfiorati… sono i petali più preziosi. Ed infine, senza sollievo, tutto torna al suo posto.

Avrei preferito l’Apocalisse, per una volta, perché ora vorrei fuggire per sempre. Sono uno sconosciuto a me stesso, non ho simpatia per questa folle banalità.

10 set. 05 (inizio)


Un velluto, una pelle che rabbrividisce la mia Bambola… forse non avevo capito quanto fossi importante per lei. Povera creatura, che mi somiglia tanto… la fiducia nelle persone che si amano è un’atrocità verso se stessi.

“Il nostro video di recitazione su un treno in direzione…”; il suo labbro superiore; la sua aria aristocratica e sconsolata; il suo corpo pallidissimo; l’amore che vi è scorso sopra; i suoi diciotto anni; ma anche i suoi quindici anni; l’impossibile contrasto del sesso e del bacio; il sole appena sotto il viso; i suoi occhi immensi ed ingenui; i suoi modi conformi di distinguersi, i suoi affetti immaturi…

Spiarle da dietro uno schermo…

22 set. 05


È la fine del mondo? Ditemi che è la fine del mondo!!! Sei punte, un esagono perfetto disegnato dalle luci nei balconi del palazzo di fronte a me, è un altro simbolo di oggi, è l’ennesimo presagio, è un’altra catastrofe nella mia agonia.

Non la rivedrò mai più, rimarrà a Xxxxxxx, mai più.
Non vedrò quei suoi occhi commoventi.
Non sfiorerò i capelli che hanno dato oro alle mie giornate bitumose.
Non vivrò mai più come potevo… con quella potenza.

Solo tristezza solo tristezza. Deluso, sono deluso soprattutto dall’esistenza che promette il vuoto e mantiene la sua promessa.

Io ho il vuoto.

Io sono nessuno e valgo nulla, sono un escremento della specie umana. Non esiste ispirazione, non esiste musica nel suo abbandono cattivo. E io la amerò per sempre, perché ha preso il posto del sole…

3 ott. 05


Scelgo di sconfiggermi, di tormentarmi, di scuotermi da un torpore all’altro, senza alcuno scopo. Accadrebbe in ogni caso, aveva ragione un uomo che è morto: “bisogna scegliere: o vivere o raccontare”. Ma scegliere già sarebbe troppo: non esiste interazione tra me e il mio corpo, non esiste comunicazione con l’esterno. Una prigione in cui si è liberi di scegliere solo della propria morte in pace e senza timori. Un ragazzo introspettivo come me può scegliere due vie, queste sole. La droga, il deperimento. Sono deluso, piango per la strada, e mi fa quasi piacere diventare più nero dei miei personaggi. Ma subito dopo penso che non c’è scampo. È tutto noioso, mi chiedo a cosa servono gli stimoli.

10 ott. 05


 

... e così via. Fino all'inizio di questo dono-esperimento. La Terra Natìa è ormai brulla, la Nostalgia è il frutto migliore di questi anni spenti. Questi tre anni, per ciò che di buono hanno rappresentato nella mia vita, sono tuoi.

Ti amo.

postato da: HalberMensch alle ore 22:28 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 25 gennaio 2008

Penso a lei ed è come gettare il cuore dentro al Buio e provare tanta paura da star male, come un dolore da soffocamento, come un vomito di veleni. Sembrava così bello e dolce… invece ho trovato il Male.

8 gen. 05 (inizio)

 

Nebbia ovunque, al mio interno, sulla mia superficie, nel chiuso, nel mondo. Solo oltre, nel vuoto spinto cosmico, forse c’è uno spiraglio-voragine senza fine. E pentimento ovunque, e desiderio ovunque, e voglia di rivedere i suoi occhietti impossibili da immaginare, creati solo per me. Si rifà viva, infine, ed è una carezza quasi fredda. È tutto nascosto dentro lei. Una gestazione abnorme, questo mostro-sentimento. Non vuole manifestarsi… forse per non morire. Beh, di nuovo la aspetto, per un’ennesima insignificante buonanotte, con gli incubi che schiumano sotto il letto. Ma credo ci sia un senso, laggiù, dove ora non si può vedere. Rovinerebbe qualche sorpresa, o forse neanche una… dio, quante cose in continuazione!

Nuova nebbia già noiosa, scoppio dalla voglia di togliere le tende, come si fa a perdurare in questa trincea di odi sottili e disprezzo malcelato? Meno male, la musica la ritrovo lì, a schiaffeggiarmi se necessario. Molte ore solo con lei, mai un tradimento…

Rimane poco da dire. È questa maledetta nebbia… torpore, qualche ago punge il mio corpo (gli occhi e la schiena).

Ah, pensavo: qualche anno e ‘sti pezzi di cose non serviranno più a nessuno! Provate, provate a trovare “il manoscritto”, ah ah! Beh…

Ventiquattro ore. E poco entusiasmo…

8 gen. 05


Breve è il tempo, non si può corrergli dietro. Ed eccola, che torna, è qui a Roma, di già. Quanta insicurezza, quanta imprecisione… vorrei l’estasi… non ci va mai di regalare nulla si torna sempre a parlare di cose morte, e quali volte, solo per me, che si schiudono veloci… si compra sempre troppa solitudine nei giardini oppiacei, demenza senile, e sfasamenti continui, di famiglia, ma non. Sarà forse troppa salvezza a turbare le membra e le mentalità dall’azzurro fino al mare. Ci si spaventa dentro in tutti noi, dietro al sipario nulla si nasconde, cosa si scrive è la mia vita senza senso vari caratteri al secondo senza ordine, no? Rumori e salti, piombi a sprofondare il palco, un palco tra tanti che potevo non scegliere… arriverò mai a… Sicuro che no. Già li ho passati, questi tempi, quando ancora non c’ero, forse perché me li immaginavo da fuori, fino alle ginocchia ammassato al panorama in un deserto freddo, al sole che non sa se nasce o muore, il cielo che tutto è meno che azzurro, è tutto che non so se è bello o no, so che mi fa piangere. L’estasi che volevo era anche questo. Rumore dolce, il corpo. Movimento. Cellule, Ripetizione. Chiusura dell’inizio. CUT – UP.

È tutta una cornice, questa esistenza, esaltata, ma non esaltante. Concettualità sopraffine, chinate al rapimento del mio cervello. Non so suonare una sola nota tutta la notte… qualche parola che può salvare! Le cerco, le cerco, dove non servono le parole. Ma io chi sono?

A.

9 gen. 05


Cosa spero di arrivare ad ottenere? Anche con tutto l’impegno, mi manca la scintilla della praticità. Ho tanto cuore e poco cervello. 

Come se fosse rimasta laggiù, è ancora lontanissima. Non mi vuole bene. Ma non è colpa mia, se così stanno le cose, è meglio che la lasci perdere. Meglio che mi lasci perdere. Macché. L’ho chiamata… che sensazione strana risentire la sua voce. Ho perso ogni pensiero, e vivo così come viene, a casaccio. Ma non fa differenza. Certo, che mi fa schifo.

10 gen. 05


Mi ha accolto senza un sorriso, come mi aveva lasciato. Mi sono chinato su di lei, le ho detto “Ciao”, l’ho baciata sulla guancia morbida, una volta. Allora si è sforzata in un sorrisetto torbido, ma non si è mossa. Proprio come se nulla fosse accaduto, ha continuato i suoi studi accaniti. Poi, altre due o tre situazioni. “Belle scarpette, che hai!”: le sue scarpette rosse da Dorothy… le stesse reazioni, orribili. Le ho restituito i libri: ora non ho nulla che le appartenga. Ha allungato, dopo molte ore, la mano gracile verso di me, con un foglietto piegato tra le dita… non ricordo cosa mi abbia detto. Ma è lo stesso, no? Si trattava, l’ho visto poi quando me ne sono andato da solo verso la fermata: l’autobiografia in evoluzione… blog…vuole che manifesti a tutti le mie emozioni? È la prima idea stupida che ho mai sentito da lei, se è vero che lei “mi conosce”. Ascoltandola, al telefono, qualche imbarazzo, nessun pentimento, è amarissima. Sono stordito.

11 gen. 05


È ALOE. Un brivido d’amarezza, persistente, nella bocca che si piega nel disgusto di una novità spropositata.

12 gen. 05


Il suo tono è piano, non sente minimamente l’emozione che io cerco di tappare sulle mie parole. Pare quasi comprensiva, una madre che ascolta le lamentele del bambino con aria distratta… quanto mi sembrano lontani quei ricordi di esultanza e fiducia, che pure sono indelebili. Perderla in questo modo, nella normalità della normalità, è una sconfitta inaccettabile, un rifiuto cosmico alla mia vita. E so anche che sono stato io a sbagliare, rimanendo nella mia sordida zona grigia. Mi detesto, e per recuperarla, dacché sono scivolato (o forse lei è scivolata) lontano, devo essere forte come mai sono stato, devo essere eroico, devo essere Dio. Perché lei non sente il bisogno di avermi accanto, di ascoltare la mia voce solo per gustarne il timbro, di contemplarmi anche quando non ci sono (come io faccio per lei, da molto tempo). È egoismo, questo. Voglio amore. Amare, anche, certo, per essere amato, Cristo! È egoismo, questo?

Spaccherei tutto a pugni! Io voglio VIVERE. IO VOGLIO CHE LEI MI AMI. Perché non lo fa? Parlo da solo ormai. Va tutto così a puttane!

Alla tua volontà. Sebbene io amo te.

13 gen. 05


Sono stanco e, benedetto il cielo, posso poggiare la testa sul suo spirito, che mi ritorna vicino. Le consegno quello che ho potuto spremere dal mio cuore secco: poche parole catatoniche. E se lei mi è riconoscente, io quasi le devo la vita, non per le lunghe ore di studio, in cui ho potuto notare solo la sua freschezza intellettuale, e l’arido respiro che mi rivolgeva. No… invece in quei brevi istanti al telefono, in quelle frasi che, da ruscelli spontanei, si aprono in Mare, lei mi dice: “Tu sei sempre così… carino, io invece…”. L’abbraccio con tutto me stesso, e più la stringo, più la posso respirare, come fosse salsedine… A.

14 gen. 05


Le sue origini. La Sicilia, l’ha raccolta. Una terra di dissidi… il suo è un cognome sporco di mafia… perché? Sono turbato. Dall’ipocrisia dell’avere, dalla sua grazia che stride ferocemente col resto del mondo. La ricchezza materiale dona all’uomo una dimensione di gaiezza che non conosco; pure so che in essa alcune delle menti più feconde sono sbocciate. La prima generazione di arricchiti delude tutti, ma nell’aristocrazia, innegabilmente, si distinguono i migliori, magari velati, segreti. La cultura tutta è loro. Non c’entra la possibilità di raggiungerla, ma di potervisi dedicare integralmente, senza le preoccupazioni e le disgrazie che sento passare, sfondare, annodare queste pareti, che si tengono in piedi con la colla delle doppiezze e dell’ignominia. E qui lo sento, mi ammalo. Lei, per destino, ha goduto, s’è riempita gli occhi e la testa di Bellezza e regalità, è in grado di ragionare. (Quel biglietto, scritto su quella stessa carta azzurra, conteneva le sue riflessioni, il suo specchio, nella sua mente, dentro quelle curve criptate con l’inchiostro… i dubbi inutili e le certezze false dell’esistenza, per rincorrere un palloncino ormai alto in cielo.) Il vezzo ed il privilegio dell’astrazione da quello che è vero e da quello che non lo è, ci è comune, se pure gli ingranaggi dei rispettivi mondi d’appartenenza continuano indipendenti e inallacciabili.

Lei ha un profumo che posso percepire. Anche ora che non c’è. È fresco, è diverso da tutti gli altri, e mi avvince, anche nel tetro degli ultimi incontri. La gente normale non può capire, disprezza le persone come noi. E io, per primo, devo migliorarmi, ho ampi margini… se solo l’età non mi devastasse… l’evoluzione è lenta, non si vede, ma spero ci sia. Credo quasi di vederla, rileggendomi. Nella vibrazione di una corda di chitarra; in una bottiglia di liquore; nell’inchiostro di una penna si riassume tutto il significato: la vita vuol dire tutto!

15 gen. 05


Stabilmente, tutto è fermo, e scorre solo quel tempo assassino che è sordo e non può subire le mie ingiurie. L’Anonima. Oggi la rivedo col cuore mezzo vivo, sporge lo sguardo su di me (o mi confonde il mezzo battito?) e io su di lei, incasellati entrambi nelle nostre sbarre invisibili. Pensando, le parlo forte e disinvolto. Che mi abbia sentito, dopo questi anni veloci e fangosi? Me la ritrovo, fuori dalla porta, quasi aspettandomi. Un attimo, l’incontro dei nostri occhi, l’attimo dopo mi sento braccato da demoni e guardiani, fuggo. No, neanche un innocente sorriso c’ha aperto la strada. È tutto stabile, in cento o mille anni, rimarrà tutto così… ah, le avrei parlato, se il fiato non mi fosse stato mozzato via in un secondo, lì, nella confusione di due attrazioni contemporanee. Continuo a pensare che non ho mai deluso nessuno, e tutte le donne che ho amato, hanno plasmato il mio cuore a forza di ferite. Tutte. Sono troppo sensibile e troppo apatico, narcotizzato, chissà da cosa. Sento come se non dovessi sopravvivere di qui a un mese, e sono tristemente (da fuori) freddo (da dentro) dinanzi a questo evento, la mia fine m’è indifferente, un oggetto comune nel mondo impazzito, di fatto, oltre ogni follia, anche la più avanzata e progredita; praticamente oltre ogni fascinosa e morbosa attrazione per l’avanguardismo, laddove ci si stanca necessariamente e comincia ad ammalarsi la testa.

Almeno so che lei scrive, per sé. Piccola. Impressionante creatura.

Devo ritrovare dei COLORI!

16 gen. 05


Fine II decennio. Non significa nulla. Era già passato nove mesi fa. Stupida burocrazia.

Scaricherò l’elettricità che si è accumulata nel mio corpo. Passo senza che nessuno lo noti.

Nonsense, candore, fuga. Bleah…

Cosa vorrò mai dire? Quello che vedranno i miei occhi esiste già.

Vorrei tanto che lei scrivesse qualcosa per me.

17 gen. 05


Ci allontaniamo, quasi senza accorgercene. E se io timidamente faccio capolino nelle sue giornate radiose, lei mi trascura senza remore. Starei molto male, se non riconoscessi anch’io che manca una base solida, un’attrazione profonda. In lei riconosco una ragazza formidabile, forse quella che più si è avvicinata al mio ideale (e ai miei segreti), ma sono quasi sicuro che non è lei, perché vivo ancora in una disperazione relativamente mascherabile… ora piango, ho perso il mio Nord, ma, per la prima volta, attendo. Mi lascio attraversare dal tempo, ché mi porti lui la direzione da seguire, che non si discosterà, sicuramente, da quella fatale.

Ho pensato di voler leggere e scrivere. Anche, ho pensato che per ogni parola scritta, ognuno ha bisogno di centinaia di altre, strappate dalla concentrazione e dalle esistenze proiettate nel futuro di chi ha scritto quelle stesse fonti, e così via, fino al primo segno, fino alla prima orma capace di raccontare una storia, di dominare un sentimento nel segno. Di quante letture dovrò nutrirmi, prima di essere in grado di vomitare al mondo di domani il mio pensiero odierno? Servirò a qualcuno? Non lo so. In primo luogo, e soprattutto, questo esercizio di trasmissione serve a me stesso, per sopravvivere. Lei aveva ragione. Si tratta davvero di “un bisogno esistenziale”, sento che prescinde da ogni altra spiegazione logica.

Ieri, l’ho rivista, l’Anonima. Coi suoi occhi scuri e affascinanti. Mi ha evitato accuratamente, mi ha fatto incazzare. 

Oggi dimostra (ce ne fosse il bisogno) di eccellere in tutto, di primeggiare come un’eroina, come una destinata a far grandi cose. Dapprima fui preso da sdegno, al suo ennesimo rifiuto, l’ho maledetta, ingiusta ed ingrata. Ma ora mi sento così poco coinvolto che non sento il minimo bisogno di rispondere al suo messaggio (usciremo sabato, per evitarle una giornata in campagna coi suoi). Le nostre linee sono parallele, sono sereno, e sono distanti. Ma se lei si accorgerà di me, la rifiuterò, come ora lei, altezzosa e piena di meriti, ma indegna. Appare evidente che non s’accorgerà di me, secondo ogni logicità, immancabilmente plasmata sulla mia angustia.

Ma ora nulla sento, una leggera, momentanea soddisfazione. 

19 gen. 05


Il tempo mi strappa via i capelli, le iniziative, l’infanzia e la felice ignoranza del bambino che ero. Divento vecchio. Faccio rotolare i miei stati d’ansia, li calcio come fossero barattoli, e li studio… come qualsiasi oggetto (come moltissima gente), dopo poco sai tutto su loro, la loro forma può modificarsi, può piegarsi, la sostanza rimane quella, non c’è scampo. Dei barattoli non rimane che una tagliente, fastidiosa palla di latta, ormai. Impenetrabile. Impossibile pensare di andare avanti, senza tagliarcisi. Eppure pareva un ENORME problema, su cui ci si può adagiare per decenni indisturbati, avanzando (incerti, è ovvio) verso le Vette della Ragione. No. Finito. Oltremai. La Filosofia qui non c’entra, tantomeno l’altezzosa sicurezza di chi ne scardina le radici ogni cinquanta–cent’anni. È frustrazione in tutti i posti.

Il vero problema è CAPIRE, non SAPERE. Per questo motivo rimangono fuori da ogni utilità gli studi sull’Essere. Si tratta di una fulminazione (neanche un’intuizione!) che proviene dall’oppressione maligna di una vita-delusione, dall’incartamento, dallo stallo dello spirito, dalla Sehnsucht, dagli Spleen.

Tutto avvilente abbastanza per rimanere indifferenti alla catastrofe generale. Rinvii, posticipazioni, dopo, dopo. Così si sistemano le cose.

Sono limitato a livello cognitivo, non riesco ad imparare… la mia corteccia è dura, non passa più nulla. L’intelligenza è un dono che mi manca terribilmente, ora che ne riconosco la grandezza.

21 gen. 05


I suoni di una colazione consumata trentacinque anni fa attraverso quest’aria flaccida, queste orecchie di gomma, questo cervello malato… è un antico piacere, un rito che deve ripetersi. Immagino di svegliarla così, talmente dolce, quella mattina. Ed è commovente, è straordinario. Qualcuno deve averci già pensato. Ultime gocce d’amore folle.

22 gen. 05


Non sto male. Lei è di nuovo via, giù nelle sue case ricche, poi volerà ancora più lontano, Parigi… Ieri, era solo ieri, fra le vie di Roma sconosciute, dove mi perdo e perdo tutto me stesso due volte, ascoltandola, lei amata, lei amante. Il mio mutismo non era affascinante. Pessimi interventi, senza sapore. Trascinavo in giro solo il corpo, lo riempivo delle cose che accadevano, forse solo in cerca di ricordi. Del tutto impreparato a vivere. E difatti non c’è stata vita che prima, nell’attesa snervante e dopo, nel rimpianto e nella constatazione di un altro fallimento, elencando frasi dolcissime solo per lei, che ormai non c’era più. Ora inseguo un ozio pericoloso, in ciabatte tra le ore e i libri e la musica e a pranzo e a cena vai a dormire che è tardi. Ho sentito parlare del silenzio, quel rispetto e quell’indiscrezione che nasconde l’evitare che accadano i rumori. Neanche nella camera iperbarica, si riesce a vincere: ascolti sempre almeno due cose: il battito del cuore; lo sfrigolio elettrico dei nervi. Il silenzio che le ho donato (la mia presenza è stata perfettamente inutile)… forse era l’unica sincerità. Mi ha raccontato cose buffe, cose anche meno buffe, mi ha detto cose di cui rimango turbato, ma lei non l’ha scalfito, il mio silenzio, almeno quando c’era. Maledettamente esistevano le altre cose, la fretta, i negozi, il regalo per il suo Nico, il viaggio, i trenta e lode… Cosa ha capito lei? Dove andrà a nascondersi? Non sa forse che la inseguirò fino alla fine? E io forse ho capito perché farò qualcosa di talmente assurdo? Lei ha ragione: io non la ascolto, non so ascoltare. Non voglio ascoltare più nulla, e voglio assolutamente il silenzio in me, finché saprò crearlo fuori di me. L’amore ha un solo suono, l’unico che accetto: è un sospiro fragile, che brama ed ha paura vicino alla bocca del suo specchio sonoro.

Ma quattro baci, sempre più dolci e compenetranti ci hanno lacerato l’anima. Anche lei lo deve aver sentito.

25 gen. 05


Mi rovino, lavoro senza nessuna prospettiva, bado al presente, non ho idee lungimiranti. In me solo odio e disprezzo si radicano, e la voglia di piegare e non piegarmi. Si profila un futuro basso, nuvoloso. Guardo il mio personaggio, ne scrivo la storia, ne prevedo ogni disgrazia, e quella accade. Lei mi chiese di cambiare il tratto felice della sua storia. Ed ecco non si realizzano che le cose negative, quelle che non hanno importanza, i pensieri dell’esistenza. La confusione, e il suo impenetrabile silenzio, sempre più lontano, e i miei battiti, e i fuochi flebili, flebili. M’incanto di avere qualche possibilità, qua e là, dove mi sento più pronto a precipitare, ma poi mi rendo conto di essere già caduto, che brancolo disarticolato e sconvolto dentro al caso, sempre impietoso. E io posso almeno aver pena di me stesso. Consolazione–condanna. La signora Cacciafuoco ha ragione: in ogni caso è da ripudiare lo stato rilassato del sonno e del sogno. Essere immischiati fino in fondo alla materia, certo, non porta sollievo, ma almeno non si può sprofondare ulteriormente, è terreno di violenza fisica, l’anima (anonima) non penetra, e si ha la mente lucida abbastanza per ubriacarsi con cognizione di causa, in cerca non del sollievo, ma della morte, con coscienza verso le strade dritte e invisibili del mistero più goloso del qui presente Sistema di Fognature. Ma sì. Provare gusto ad ascoltare grugniti e schiamazzi, mai più penare per queste bestie umane senza potenzialità (ma con grandi desideri!), complimenti! Complimenti vivissimi!!! Tutte le storie dovrebbero concludersi in questo modo, con una sconfitta totalizzante. Senza i noiosissimi appelli di chi vuole aver ragione, tutti quanti perdono, dannati e contenti. (In fondo una prospettiva c’è…) 

Io mi ucciderei, sapendo che tutto peggiora, fin quando ci sono margini. E, per quanto paia assurdo, ce ne sono sempre, infiniti margini per crollare sempre più in ogni situazione immaginabile. Quanti brutti tiri può riservare la vita, già posso immaginarlo. E quindi… ancora qui, a sperare sul risultato di una lotta immonda che travolge ogni essere vivente sin dalla maledetta nascita? Godimento e masturbazione sono da sempre in rapporto biunivoco, chi riesce a trovare un’alternativa è troppo vicino a Dio per accorgersene.

29 gen. 05


È lacerante quest’umanità, così uniforme e falsamente razionale. Una società troppo estesa porta a compromessi il totale delle azioni; poi si sconfina nella “pazzia”. Ma come altro rispondere? Certamente, anche l’amore vero è appannaggio di chi ha le traveggole. Come si può donare il proprio amore gratuitamente, sperando che l’amata corrisponda in pieno, senza pretendere nulla in cambio? Prima di tutto, la Sicurezza. L’uomo deve donare alla sua donna la sicurezza con la prestanza fisica, con il denaro, essendo rispettato dagli altri uomini che possiedono tutte queste caratteristiche. Il resto non conta. Tutto quello che sta dentro è invisibile, è fin troppo impegnativo e sottile, trema al soffio del Maestrale e della Tramontana, si spezza senza rumore appena si passa sul mio cuore indebolito. E non guarisce mai, una cronica tortura. E non si finisce mai di cercare una distrazione, una musica che batta sulle stesse pulsazioni delle mie domande e dei miei dolori. Beffe di me. Quante il tempo ne porterà ancora, per stroncare le mie ottuse fantasie… senza il coraggio di rubare agli altri un pezzo di sé, rimango un essere etereo, senza fascino, un fantasma che non porta paure né angosce, se le tiene strette fissando dritto sull’indifferenza del vuoto e del pieno. Non sono più innamorato di prima, mi sto solo consumando. 

Quasi finito, questo giorno. E solo ora mi chiedo come viverlo, per i pochi minuti che stanno scorrendo sull’orologio. Non lo so. Sono incapace di controllare i miei sprechi, e così già vedo quel poco che ci si può aspettare da una pianura sconfinata nella nebbia… concetti difficili, senza poesia né fascino, né amore.

3 feb. 05


Aspettative, perché mi lascio ingannare così puerilmente da voi, insite nelle cose, nelle persone, nelle dinamiche dell’essere umano? Inganni… non c’è davvero nulla oltre la superficie? Lei è così silenziosa che mi ferisce. Il suo aereo partirà (o già è partito) e i miei appelli non scuotono altro che la mia anima ipersensibile. Sono io ad essere al di sopra? O è lei? Intanto l’ozio e il freddo mi disfano. Posso osservarmi da fuori: sono malandato, sporco, senza parole, iniettato di intuizioni che non hanno sfogo all’esterno: un disastro completo. Le mie fissazioni mi hanno portato in fondo ad un pozzo. Mi basterebbe sorridere, mi basterebbe un suo saluto, poi non potrei fare a meno di tutto il resto, reso avido dalla mancanza. Chi mi aiuta? Al buio non si ragiona… non ce la faccio più! Non ce la faccio più!

5 feb. 05


Varietà di situazioni, sterminate combinazioni possibili: stupore: la coincidenza! Cosa (chi) ha voluto che incontrassi la mia odiata, la mia desiderata Anonima, oggi? Il suo sguardo era commovente, eppure la situazione imponeva la freddezza di un cecchino. 

8 feb. 05


Poi, sognando, tante cose mi si presentano, false e vere: la violenza senza limiti, lo sterminio di massa, il padre di lei che mi guarda sottecchi, grossi bulbi pieni di timore, in gran parte già cancellati; un freddo sconfinato.

Le sue parole, i suoi suoni, verso di me.

Il moto continuo del ragionamento fa male allo spirito, rido poco. Come elevarmi? Due soluzioni: tornare molto indietro; andare molto avanti. Rimanendo comunque necessariamente isolato, o allontanato.

Confesso che penso sempre a lei, confesso che la sto dimenticando ed idealizzando, che non cambio mai: mi esalto un momento di fronte a qualcosa che non c’è, lo raccolgo, e piango sulle mie mani piene di niente. Che forma hanno i suoi capelli? Non lo ricordo più. Solo i suoi occhi attenti ed emozionanti posso richiamare, e diventano sempre più vaghi, sorti dall’Iperuranio, tramontati subito nelle valli e nelle ragnatele affamate di sole (un personale, privato panorama di tenebra), scomparsi infine, ritornati, forse, nel Luogo delle Idee.

Le ho dato molto, troppo, probabilmente. L’ho spaventata. La bellezza che era nei miei atti, non sapevo mi avrebbe sfigurato, esaltando il Brutto. Non è giusto. Lei ha solo reagito, e questo poco me l’ha elevata sopra ogni nuvola, rendendola sempre meno raggiungibile. Le sue doti hanno spaventato me, invece, e mi hanno reso meno capace (ora posso dire: sono secco e vuoto, fine e negletto come un’ombra coperta da un’ombra più grande)… è persa, l’ho persa. Già detto.

9 feb. 05


Uno specchio, nel mio sogno, rifletteva quanto sono ridicolo. Ripeteva d’amare una persona, la descriveva con lo stesso amore con cui l’avrei fatto io, a poco a poco. E io, a sentire questo povero brutto ometto, fino a comprendere che anche lui amava la mia A., facendo crescere il mio astio verso questo nuovo avversario senza speranze… dimentico di essere di fronte ad uno specchio. Devo soffrire così? Mi devo sentire inferiore a questi altri dei privi di difetti? Così fortunati da avere tutto ed essere tutto, insieme? Le mie grida non commuovono nessuno. 

10 feb. 05


Ricorre sempre meno forte, a onde, questa sua pulsazione, e non so come interpretare quello che mi passa davanti, e attraverso, e nemmeno il suo silenzio e la sua assenza. Non riconosco altro che il tangibile, il tagliente, il contundente. È materiale, è sicuro, e non mi ci voglio appoggiare! Mi dà fastidio l’oppressione delle cose vere solo perché presenti. Dalle sinapsi alle mani, al battito sulla tastiera, quanta strada! E quell’idea, che si perde per sempre, scivolando dalla mia memoria corta verso il nulla da cui era sbocciata, segna una volta di più il mio disappunto per ciò che è concreto e prepotentemente esistente. Gli oggetti ingannano. Fingono di rubare spazio al vuoto che fingono di occupare, e noi, semplici, fingiamo di assecondarle poggiandovi le dita e disegnandone il contorno cogli occhi. È finzione. E paura, davvero una grande paura di afferrare, stavolta a piene mani, il CONCETTO, con questi suoni ingarbugliati, che paiono familiari, e invece “c’è poco da fare”… è la mia lingua??? Precisamente definito da un cerchio di tela, negli “Om” la luce gialla della trasfusione elettricità-luce-occhio-ragionamento. Negli “ohm” passa una sola nota di riferimento: è un La. In un punto del mio occhio sinistro si impunta una lacrima che brucia. Avanguardia e tintinnii sparsi dalle posate, di là, raggiungendo uno stato che non va bene, se mi vedessero, un infarto risolverebbe tutto. E invece ci sono solo io ora qui… sarà così forse fino a morire, senza certezze di nessun genere, e questo non è un male. I miei spasmi sono sparsi, anche loro, nella Storia. Imparare è l’unica speranza, per poter pensare in un'altra maniera. Questo o nulla io mi aspetto. O questo è un viaggio drammatico in mezzo alla Mandria Umana, senza senso e beati gli ignoranti…

7 feb. 05


Le macerie che vedo nei miei sogni sono macerie e scheletri di città vergini nel mio cervello, assenti dalla mia memoria. Da dove provengono, allora? Il riferimento al sangue, alle viscere non è mai stato così forte, così come per la disperata voluttà e l’indifferenza grottesca degli “elementi di piacere” che mai mancano al loro interno: mentre fuori si spezzano crani e scorre per le strade la violenza come il sangue nelle vene vecchie ed intasate di un iperteso, le mie immaginette aprono le cosce senza sorprese, è tutto OK: “Hunky dory, my dear…”. Città sottomarine, tedeschi, slavi, ebrei nei loro ghetti, armi, non ho altro nella testa durante la mia R.E.M., ma lo ammetto, che è rilassante.

Lei, che era tanto presente e brillante nelle mie giornate solo poche settimane fa, non risponde più neanche agli stimoli, è morta. O io sono morto per lei. Il nostro filo si è consumato in fretta, penzola adesso senza stringere più nulla. Mi pare che sia inutile resistere, esistere, esistere, esistere: un’eco non ha senso. Si disperde e muore in un attimo, pare che tuoni la voce di un gigante, e invece già perde consistenza. Dopo due o tre volte diventa chiaro, è solo la cavità che gonfia il senso della vita.

E quindi faccio da muro al tempo, mi lascio sbattere a terra, dove vuole, che differenza fa, quando non arrivano più gli stimoli al cervello? Non posso certamente oppormi ad esso, è solo questione di rimanere qui impalato a farmi incornare da questo Api, che torna sotto mentite spoglie dopo migliaia di anni per vendicarsi della memoria corta e del pressappochismo del sottoscritto. Fa bene ad avercela con me. Perché non rappresento nulla di epico. Sono un banale schiavo che non sa come ribellarsi, un Winston senza Julia, un fanatico scansafatiche.

Mi fa fatica pensare a quello che potrò essere: un grande genio; un ignobile fallito. Preferirei vivere nell’imprudenza della Generazione Ribelle, con quei matti drogati alcolizzati della Beat, ma da solo, senza un soldo, non so se afferrare o sbranare la celebrità, che mi succhia le membra come una puttana avvenente…

11 feb. 05


Devo aprire entrambi gli occhi. Devo accorgermi di quello che accade. Perché ognuno ha diritto di essere uomo, di essere donna, e questo diritto noi occidentali lo neghiamo. Siamo troppo ricchi per accorgerci di quante persone mendicano ai nostri piedi, e continuiamo a dire che non è giusto, che i soldi non bastano mai, che c’è sempre qualcuno sopra di noi a cui dare la colpa. Se c’è una giustizia, la società occidentale deve eclissarsi per sempre. Anche la sua cultura puzza di morte, e peraltro ben pochi la professano. Ma tutto il sistema si compensa follemente, nel suo grandioso sbilanciamento, tutto torna, ogni piega della sua pancia dà appigli, per salvare la peggiore fame che esista: la presunzione di aver ragione. Comincio a disprezzare ogni combinazione di cose, di persone mi venga somministrata dall’Occidente. È pazzesco pensare che ancora oggi speravo di recuperare i contatti con uno dei mostri vomitati dalla sua marcia distruttiva. Una ragazza che è irrimediabilmente legata al Quanto, all’Avere e, se pure lo nasconde, che desidera follemente di vivere “bene”, cioè nel lusso. Abbracciare, invece. Non la povertà, ma la gente povera, donare qualcosa al loro spirito e al loro corpo fino e malato; e ricevere, quel tanto che neanche ci si può immaginare possano dare delle persone sincere e oscurate. Questo dovrei, e questo ho paura di fare.

Nel frattempo scrivo, e non risolvo nessun problema. Sono consapevole che la gente di qui dimentica e ripete continuamente gli stessi errori, so che anche se riuscirò a parlare loro quasi nessuno, forse nessuno sarà in grado di capire, o avrà almeno la volontà di ascoltare. Io, un inetto fra gli inetti.

12 feb. 05


Non esistono abbastanza parole per descrivere tutto. Ora, per esempio, una sorta di confusione vaga, mista, eppure tremendamente precisa mi sta navigando, ma come faccio ad esserne sicuro? Questa è una pagina di diario? Non è un diario: non c’è scritto quello che faccio, ma quello che sono, forse sì, forse no. Come si chiamano tutte le cose che ci stanno scritte dentro? Saperlo, saprebbe di dominazione. Chiamiamo le cose per dominarle. Crediamo di dominare quasi tutto, ormai. Ma non siamo arrivati da nessuna parte, non conosciamo neanche cosa c’è sotto le unghie… non voglio che le cose abbiano un nome, per il momento; il guaio è che già l’hanno dentro il nome che darò loro. Il silenzio che vi regalo, Cose, è prezioso quanto i nomi che avete perso, che probabilmente non ritroverete mai, che avevate essendo voi esistenti, chiamate tutte a partecipare al Dialogo con il muto Universo.

Sentirsi insieme è importante, ma è anche importante essere individualità pensanti. Un movimento dà, inizialmente, sempre buoni frutti per chi vi partecipa. Dopo, omogeneizzandosi, si perde di vista l’importanza delle sfumature, e già è da buttar via un lavoro che però non è fine a se stesso; giacché esso fa camminare, verso dove lo si decide da soli.

La sua indifferenza è incolmabile, come sempre. C’è una parola per questo: tristezza.

15 feb. 05


Ho scritto molte cose in questi giorni che sono depistaggi (per chi?). Perché sono al limite (e non me ne voglio rendere conto). Se non le dico che l’amo, allora meglio morire. È sul limite la vita di chiunque, molti hanno già superato, io so che invece posso esplodere… non devo sprecare la mia occasione di essere completamente, universalmente ME STESSO, spaccando un vaso pieno di guai e di assurdità frementi di terremoti e la mia mano stringe una coperta e devo dirle semplicemente che l’amo e forse non capirà, la travolgerò.

16 feb. 05 (inizio)

 

Vorrei poter poggiare la testa sulla sua spalla piccola: per respirare la dolcezza dei suoi capelli
Riposare gli occhi sul collo bianco e tenero: per coprirlo di labbra singhiozzanti
Stringere nelle mie mani le sue: perché mi guidino oltre i cancelli della percezione
Perché la realtà si specchi, almeno una volta, nella mia immaginazione
Perché lei possa capire per quanto posso sopportare di non vedere la sua forma
E accorrere come una mamma ad abbracciarmi, quand’è il momento
Per conoscere la grandezza dell’amore
E del suo amore.
Per me: sono un egoista che desidera cogliere gratuitamente il bene più grande della terrenità.

16 feb. 05


Un altro concerto placa la pioggia di sconforto… giungle serpeggiano nei timpani, martelli scuotono le combinazioni di una cassaforte, e ancora porte che cigolano ai sensi figure immobili e fotogrammi fasulli… lei mi ha tradito, un vecchio mi scuote dall’ombra (dov’era rimasto giovane per tanti anni) e di nuovo sembra svanire… 

Volano come frecce le lugubri immaginazioni di un oggi abbandonato nelle braccia dello Zero. Sono trafitto e resuscito ogni volta, con immensa fatica e disgusto. A. è cancellata, ora e per sempre, dietro un muro di frasi cortesi, che ha costruito con grandi mattoni di silenzio, ed è un muro che pareva piombarmi addosso… no, invece. Già tutto cicatrizzato, rimane lì dov’è, e il mio timore è gentilmente declinato verso la rassegnazione. Comunque tutto sembra storto, stonato, zoppo. “Ci si fa una croce sopra.” La mia Anonima (non avrà mai un nome), è uno svago teso, un riposo che punge. Con gli amici, le amiche, la sua voce si alza poco, troppo poco per intendere qualcosa che già è sotteso. Ha forse finito col tollerare la mia presenza indagatrice e muta… di spalle, non posso più confonderla: studio la curva del suo dorso. I movimenti poetici delle sue mani quasi stanche, ma sensuali e attrici. Le ciocche dei suoi capelli irregolari e miracolosamente belli d’aspetto, tanto da donarmi il senso del tatto anche dove non possono arrivare le mie dita: già queste ne conoscono la morbidezza e con avidità passano ore ed ore accarezzandoli in un paradiso virtuale e vuoto, senza stancarsene mai. E, sempre sia maledetto, il ma…

22 feb. 05


Stavolta sono le folte note di uno spartito a rapire i miei occhi, e quelli di una giovane ragazza rapita dalla musica, schiavi entrambi della più delicata passione. In quegli occhi, tutta la bellezza di una meravigliosa capacità, una trasparenza sfuggente e quasi impossibile da celare: per pochi attimi una tacita, forte intesa… il resto, al solito. Per A non ha più ragione d’essere il minimo dialogo con me; io non ho più motivi di esserne affascinato; così la seguo stolidamente, ma riesco già a controllare ciò che avviene dentro. L’Anonima è solo una breve immagine incupita. Non voglio più scriverne.

23 feb. 05


Questa nuova, raggiante creatura, è straordinariamente bella, il suo cuore puro le disegna un sorriso che non l’abbandona mai, così difficile da scordare… ed il suo corpo dev’essere facile da abbracciare, da consolare. Una ragazza che è felice della vita, ed è deliziata dalle piccole conquiste che essa cela, sparse fra mari d’incertezze, la sua stessa vita è un fiore che sboccia nella mia, che mi fa sorridere. Già mi ha contagiato con la sua fresca e morbida voglia di esserci comunque… mi guardava avvicinarmi, sulla bocca un sorriso irresistibile… ho dovuto parlarle,se volevo continuare a considerarmi un uomo. Raramente si può essere così grati di aver parlato ad una persona. Non sappiamo i nostri nomi, ma già sappiamo riconoscerci tra milioni. Le voglio bene.

26 feb. 05


Pian piano, lo riconosco: non riesco più a pensare a me stesso. E sto… no, forse non sto meglio… forse è solo un antinferno, uno stato d’animo ibernato. Ma l’assenza di sensazioni, un’ottica completamente vergine, potrebbe consistere, chissà, ad una morte parziale, o ad un nuovo arto del mio spirito. Migrano i miei pensieri verso paesi intergalattici, si tuffano in mari di zolfo, esplodono in una qualche atmosfera colma di metano, si disperdono nelle pieghe grasse dell’universo, e non si possono più richiamare indietro. Così i miei sogni affondano la loro lama-follia nelle carni tenere di un’infanzia prima rinnegata e poi compianta. Così non riesco a distinguere più le persone importanti, la confusione e le contraddizioni del quotidiano mi accecano. Solo ciò che è stato scritto è importante ora. Le teorie, le storie, le leggi stampate hanno preso il posto della mia A. … e loro, almeno, non possono dire di no. È come se stuprassi le parole che leggo, e più il mondo mi fa schifo, più violentemente penetro in esse, rompendone ogni limite semantico, travisando ogni corrispondenza con il vero che cercano di specchiare. Sono al limite, e non me ne rendo più conto.

29 mar. 05


Un sole mai così accecante, amplificato da miliardi di gocce d’acqua, domina la mia piatta, illogica periferia, donandole un aspetto apocalittico: tutto sembra malamente mascherato di serenità, ma anche agli occhi meno attenti questa atmosfera non può che trasmettere angoscia. Tutta questa luce, gialla e rosa, non riesce ad illuminare: ad ogni angolo è il buio più impenetrabile. La pioggia uniforma tutto questo paradosso… è improbabile che tutto ciò sia un frutto puro delle condizioni astronomiche e meteorologiche, avverto qualcosa che cova, nel sottosuolo, una deformità maligna. Alcuni insignificanti esseri gocciolano e tremano, ignari e sbigottiti; ogni oggetto appare catturato in un’immobilità che trasuda un irresistibile desiderio di far presto spazio alla notte, ma intanto i secondi avanzano ed il sole non cala! Il profumo dell’acquazzone si sparge dentro questa stanza, il freddo bagna le mie braccia. Il profumo, la vista di un misero pezzo di verde, il contatto con l’umida brezza mi portano finalmente lontano, sul tappeto d’erba di una collina scozzese, accanto scorgo le Mura romane, riedificate apposta per la gloria di questa breve immagine… ma sono di nuovo qui, coi miei tre pensieri a far nulla e a sperare in qualche Fine del Mondo. Il cielo è tutto una nube azzurra, e bellissimo. Tuttavia penso che la cosa più vicina all’essere Dio sia stare sdraiati, con le braccia dietro la testa, sulla sommità del colle scozzese, coronato di una bruma perenne, a contemplare le dinamiche dei passeri, con una certezza: lei verrà a cercarmi, mi sorriderà, guarderemo assieme l’infinità del cielo e penseremo che l’amore lo abbraccia per intero e che il nostro abbraccio è infinito. 

31 mar. 05


Sta calando la notte, una vita fugge,
al ritmo di una litania convulsa.
Gonfia i polmoni sfiniti
Di lacrime e dolori crudeli,
dolce uomo pensieroso e savio,
trema come foglia la tua mano.
Neanche una speranza hai concretato,
battuto ogni volta dal senso del danaro,
ma pungente e sdegnato ti ribelli,
come tutti, del resto, dovremmo.
Pure, questo grumo di folli ti compatirà,
perché hai conquistato un pezzo di storia:
un’altra pietra sulla Torre del Diniego,
lucifera cima di sostanze morte.
 
Nella sofferenza di un uomo che tanti anni fa mi sfiorava il viso… non riesco a vedere nulla. Sono abbacinato dal mio farmi scorrere, lento, sui gradini inclinati del tempo. Sulla superficie scivolosa di questa scala a chiocciola mi sento ora straordinariamente molle: non sono che un grottesco personaggio semifluido, fluorescente, che si è perso nella memoria delle cose, o delle persone, filtrato nei canali luridi del proprio cuore… deragliato chissà come sul binario della Vita, ed ora condannato alle spiacevoli curve, agli scambi, alle stazioni predefinite. – No, penso, non posso essere limitato al naturale corso degli eventi! E invece permango, sempre meno fiducioso, aspetto di essere sfiorato dalle Possibilità Sovrannaturali. Mi accorgerò infine anch’io del tramonto che è inevitabile al giorno. Posso solo sperare, sin da ora, che il vespro giunga celere, a portare nuove buone dal Fronte… Marcio, marcio, marcisco. Come in queste ore angoscianti, aspettando morbosamente che il Corpo diventi maleodorante… vomito…

1 apr. 05


Non so quando potrò… essere amato. I protagonisti dei miei romanzi non hanno alcun problema, l’Universo, per quanto essi siano afflitti dall’esistenza, dal delitto, dalla cupidigia, si dona loro gratuitamente, qualcosa li rende affascinanti… e io, che sono tale e quale a loro, sto perdendo i miei anni nel pornografico, nella teoria del sesso, nei labirinti dell’Amore. Resto chiuso in questa stanza, in trappola. Tutti i miei ignobili tentativi di avvicinarmi sono orrendi riarrangiamenti di un brano di musica contemporanea, ostici, tanto profondi da riuscire superficiali e vuoti esercizi di trattenimento. Ora compare questa ennesima vittima, questi occhi innegabilmente affascinanti, anche se annegati dall’alcol. Ma, me ne rendo conto benissimo, si tratta di un’altra copia della stessa ragazza, gli occhi della cagna francese, l’incarnato del mio fuoco infantile, il nome… del mio ultimissimo dolorosissimo fallimento. Devo insistere, continuare a picchiare la testa contro una porta che nessuno aprirà? Funesto destino… vivo in un noir senza attori. Solo oggetti, sufficienti a creare il mio incubo.

3 apr. 05


Devo vendicarmi. Devo resistere per una volta ai sentimenti, lasciarla nell’ombra, guardarla con disprezzo, tenere sdegnosamente le distanze: la vendetta è un percorso arduo, cosparso di fessure, che riempiono i polmoni di sangue e bile. Ma se devo soffrire, allora che soffra anche lei, stupida ed ingrata… ha risucchiato ogni felicità, ha bloccato ogni funzione vitale, o almeno così mi sembra… e neanche riesco più ad esprimere quello che provo. Deve pagare.
 
Nel frattempo i re muoiono, e si traccia una nuova era. Le cose sono proprio troppo dure… una trappola. Un canale. Un brivido: i miei occhi s’inumidiscono, tanto dolore. Meglio al buio. Stridii, crolli, scatti di frenetica follia. Conoscenza. Il sistema nervoso comincia a cedere, sono accecato. Debolezza senza rimedio, i miei visceri trascinati in fondo ad una grotta. Lì dimenticati… gira la mia testa… funesta sorte, quella di un crociato del Contrario, a cercare significato, speranza, riposo, per trovare un campo di sterminio… mi lascerò tutto alle spalle, e nulla sarà cambiato. La mia cellula d’aria sarà distrutta e pompata via nel vuoto tra gli ammassi stellari.

Sono diviso. Anzi, sono spezzato.

4 apr. 05


Un male insostenibile mi assale, la mia vendetta si è consumata. Ma lei pare ancora indifferente, schiva, mi odia, mi evita, mi ammazza. Già da oggi. Da oggi non esiste più alcuna ragione per rimanere in vita. Tanto pare proprio avanzare senza pause l’Inferno!!! Lei mi spintona giù dall’orlo della voragine, lei è diventata un mostro. Non ho più voce.

5 apr. 05


Mi odia con tutto il suo spirito. Le ho scritto una lettera d’addio. Povero bambino imbecille che sono. (Scrisse, citando SdB: “Magari mi troverai ridicola, ma mi disprezzerei se non osassi esserlo mai.”) …Sto navigando in solitaria da quattro mesi; vorrei tornare indietro ma non posso più: non c’è di che vivere. Posso soltanto avanzare e sperare, ma quanto ancora? Il vento mi soffia contro, si prepara una nuova tempesta, e ho fame d’amore. Potessi lasciarmi morire in mezzo al mare…! Ma non c’è nessuno che me lo impedisce… sono troppo codardo.

Dico a me stesso: tu sei pazzo, tu vuoi dilaniare il tuo talento, vuoi infilzare il mondo con parole che nessuno leggerà mai. Oggi so che tutto è legato al controllo della forza, all’uso misurato della violenza. Chi detiene questo potere sul comportamento delle persone non esiterà a strapparmi il cuore dal petto. Sai che perdita! È già da troppo tempo malato, questo nobile muscolo, ogni notte mi implora requie. Beati gli ignoranti: perché avranno una morte inaspettata e già pienamente assimilata… No. Non c’è voglia, non c’è prio a scrivere in questo stato comatoso.

7 apr. 05


Forse fino ad ora non era necessario scrivere nulla. Oggi, persino mi disprezzo, perché siedo chino sulla tastiera: non esiste nessun buon motivo. Ammetto che ho scritto altre volte senza buoni motivi, covandone dentro invece di cattivi. Ora invece non ha assolutamente senso che io perda il mio tempo in questo modo, per cercare di spiegare qualcosa di cui non m’interessa. Solo: come finge bene, la mia figurina sottile, sorride in modo così innocente… e sabato ha riso con risa da strega al mio dolore sgorgante. Se ho continuato ad amarla oltre ogni ragionevolezza, ora non sono in grado di aprire nessuna valvola: respingo le cose e le persone, mantengo le distanze e l’ansia e i torti non esistono. È qualcosa di unico per me, come se si fosse staccato un altro cordone. Ma non me ne importa: le cose più importanti, a cui più tenevo, sono sullo sfondo, come tutto il resto: tutto mi è parimenti indifferente: è l’età della noia-democrazia.

Oh, la cosa importante: voglio diventare ottimista. E poi suicidarmi.

11 apr. 05


Osservo invidioso la gente sotterrare la propria coscienza, io sono capace solo a scavar buche… 

La gente che mi conosce meglio trova presto conveniente fuggire da me. Sono morboso, trasmetto il senso della morte, oppure lo semino, e ne raccolgo i frutti rinsecchiti: debolezza, angoscia, repulsione, pulsione verso il collasso. So di essere malato. So che il mio modo di essere è deviato. Ma non concepisco un altro modo di cedere al frastuono, tutte le uscite sono buie; questo lungo corridoio si allarga, la luce non riesce ad illuminare tutto l’anfiteatro. Sfilano maschere, che blaterano una lingua straniera, mi fischiano nelle orecchie le fisime di qualche paranoico eroe dimenticato. Atti epici, incomprensibili, marasmi di glorie appartenute ad epoche passate. E così via. Si rotolano due corpi nudi, generano demoni ed incubi, ed intanto sono felici, godono finché possono… le organizzazioni civili identicamente si fondono in un rito orgiastico coniando nuovi termini di paragone, ingiustizie lineari e perpetue… nulla va risparmiato. Demolire tutto! I rapporti umani sono dannosi, provocano fiducia: non deve esistere la fiducia, se si rischia il tradimento. Cesare, dovevi preservarti nella solitudine: il tuo figliastro, proprio lui cospira contro di te! Troppo tardi… Amleto, tuo padre sarebbe morto, inutilmente piangesti affogando la Danimarca nelle lacrime. Si muore soli, ma non esiste compagnia né comunione in vita, non sperarci. L’affezione – l’affezionarsi – la malattia – l’ammalarsi. Qui non c’è crudeltà. Crudele è il destino di chi ama con convinzione. È ammessa solo la pietà… ma la pietà è una vecchia senza fascino, piegata e striata di rughe: la pietà non è passione. Penso allora: che il cristianesimo sia l’ultimo appiglio? No, è la mia risposta: non avrò mai il fervore ottuso di mio padre. La nuda realtà, ancora una volta, è una vecchia meretrice che si concede ai disperati del millennio che muore (e svogliatamente rinasce)… la verità è che non esiste nessuna soluzione soddisfacente. A queste condizioni è sbagliato continuare a rotolarsi sul freddo pavimento del corridoio…

Ancora lei: che vuole da me questo demone? Sa benissimo che cederò. Maledizione!!!

12 apr. 05


Oggi, tempo di riflessioni e gioie e dispiaceri coperti e forza e debolezza. Oggi sono stato uomo, oggi tremo da umano, parlo forte di cose segrete. Propositi, progetti, speranze… lumi e guide impazzite che mi stornano, m’addormentano, mi addolciscono. Il moto della terra scaraventa i miei viaggi onirici giù dal letto, tutto avvolto nelle coperte mi pare ancora d’oscillare con tutto questo pesante palazzo verso il basso…

13 apr. 05

 

Nella mia piccola ipnosi lunare aspetto una voce nuova, che rischiari la mia, strozzata dall’indifferenza, disciugata, muta e tutta crepe. E finalmente giunge, da oltre il mare. Grazie a te sono vivo.

14 apr. 05


Sbatto da una parte all’altra della mia gabbia di vetro, come uno stupido insetto (ho le ali mozzate). Sono degradato ad un organo irrigidito dall’abitudine a disperarsi. Confusionario, storto, pigro, sto diventando persino antipatico a me stesso. Filmavo nei miei spazi il mio muso che le implorava di tornare: che pena mi fa. Come ha fatto a non ridermi in faccia? Sono contorto, sono stanco di cercare, e neanche sono sicuro di voler trovare nulla qua dentro. Sartre confessava all’Uomo le sue paure, l’Uomo era lui. Era stato buttato sulla terra, schiantato sulla terra, dalla terra nella terra. Trova inizio e fine quaggiù la mia storia. Vale davvero qualcosa avere delle idee? Essere diversi dagli altri, scopare, ingozzarsi o essere sobrio e misurato? Ho lasciato ogni speranza, sono entrato.

18 apr. 05


Voglia di cambiare, voglia di cambiare. Chi mi dà la forza di battere così violentemente il mio cuore scosso? Lotto contro un macigno, desidero cambiare le leggi della natura, amo un cadavere. Evidentemente sono già impazzito: Darwin e l’evoluzionismo sociale hanno sepolto le mie speranze cent’anni prima che nascessero. Tutto è dimostrato scientificamente. Il secolo precedente: aborti di sogni ed incubi. Il secolo attuale: disillusione, conoscenza e fallimento. La guerra cova in gran segreto nuove uova, ma ogni imprevisto è stato previsto, di sorprese ne vedremo sempre meno. Cosa voglio cambiare? Sono così strano… metto in mostra le mie debolezze, e io non le ho ancora scoperte. Lei non mi rivolge più la parola.

Perché mi comporto così? Perché scrivo così? Perché sento di stare male?

20 apr. 05


Solo per un attimo, oggi, ho creduto di essere tornato in quel triste e bellissimo ottobre 2004. Mi chino su di lei per baciarla: prima si allontana, e ho paura di morirle fra le braccia per il dolore. Poi mi accorgo di non essere ancora pronto, ed il contatto della sua pelle, il solletico dei capelli accade così, all’improvviso, nel più dolce dei modi. La paura e la gioia traducono in battiti il loro alfabeto, tutti insieme, e per qualche secondo non rimane che un animale assetato in me. Lei, sola, sorride, ed è come se il mondo avesse dimenticato che tutte le altre creature hanno diritto di esserci: c’è solo lei, fra cento, nell’aula. E parla, ascolto la sua voce volare, non esiste il rancore… o la maschera è formidabile. Sorride, mentre racconta storie e filastrocche per farmi addormentare sereno. Sedendomi accanto a lei sento il vento triste e forte che passava attraverso i miei vestiti parlandomi d’inverno. È tutta vissuta dentro la mia storia… si può leggere in ogni senso: solo la verità troverai nelle mie frasi involontarie… cos’è accaduto dopo? Vicende che non m’interessano, o che esistono solo in funzione di questa creatura ritrovata. Il suo saluto, da lontano, diventa non sconfitta, ma sfida. La sua manina, che sventola graziosa e fuggevole, posso ancora stringerla e carezzarla, se saprò tornare in inverno… è tutta vissuta dentro la mia storia!

22 apr. 05


Mi capita sotto gli occhi:
O how this spring of love resembleth
The uncertain glory of an april day;
Which now shows all beauty of the sun.
And by and by a cloud takes all away!

Shakespeare vive ancora oggi. La tristezza delle nuvole, il gaudio di un sole ritrovato: cos’altro porterà altrettanto senso nella mia vita? E oggi che il cielo è bianco e basso, riuscirò ad alzare un sorriso?

Mi lascio sprofondare nelle pagine di un libro. Dove si sono posati i suoi occhi.

25 apr. 05


Da un anno ti porto con me, orrida creatura; quando morirò solo tu mi sopravvivrai, il resto chiuso in un cassetto mai aperto. Mai ho avuto nulla da dire… eppure tanto tempo ad osservare  le tue scaglie, a pascerti, a riflettere sul mio sogno e sul mio incubo.

Studio le dinamiche del mondo e misuro il mio personale guadagno, avvincendo una specie di amicizia con un ragazzo che non sa come guarire dall’onta del denaro; l’immagine di lei sale come un fuoco sul mio coraggio, mi macella lo stomaco; guadagno l’ipocrisia stizzita di una persona vuota; un amico rivela un passato impolverato e lontano… ascolto i miei dischi in cerca di estasi psicofisiche. Una lama apre le mie carni sparpagliandole qua e là in giro, dove capita, e non sono più interamente me stesso da nessuna parte.

Un esperimento malriuscito, altro non sono… pochi secondi e avrei calcolato gli anni da dentro un coma penoso per i vivi, ma rilassante e gradevolmente ignorato da me.

26 apr. 05


Brividi e angosce, dal mio ventre partono e girano e gonfiano e soffocano la mia testa. Non posso pensare ad altro che a lei. Poco manca che scoppi in lacrime di fronte agli altri, bruciano rossi gli occhi di un condannato cui sia stata rifiutata la grazia. All’università passo, ripasso di fronte alla sua aula, solo per vedere la sua chioma luminosa, scompaio subito dopo pieno di vergogna e di disperazione. La rivedo, miracolosamente, di sfuggita, prima che lei parta. Non porto con me frasi, non so neanche più come parlarle, voglio solo vederla… voglio solo soffrire (farle vedere che io soffro?). Fa finta di non fare caso a me; faccio finta di non far caso a lei, mai la saluto per prima. Ma ogni parola e ogni sguardo e ogni attenzione sono per lei, soltanto per lei, e questo non so nasconderlo, e questo non posso nasconderlo. Lei si accorge di tutto, lo so benissimo, ma le scrivo lettere, la chiamo al telefono, faccio di tutto per non avere alcun dubbio: ormai lei sa che sempre un cuore batterà per lei. Ma non è per il mio cuore ch’ella combatte, lei forse ama davvero qualcun altro. Lei non vuole altro che una vita normale, e meditazioni e pensieri ed evasioni chiuse in sé. Io non ce l’ho fatta, ho dovuto mostrare (senza dimostrare) ogni mio delirio, forse perché solo lei meritava? No… solo lei era in grado di salvarmi. Io… ho saltato, pur vedendo la catastrofe, il vuoto sotto di me, la voragine. Io ho saltato. Ho teso verso di lei le mani. E la sua immagine si è dissolta, all’improvviso. “Tradimento!” pensai, e le ho lanciato improperi e preghiere come a nessuno mai. Che folle sono stato. Ho ritratto il mio braccio teso, quando ancora potevo sperare… Ormai solo la mia cecità mi dà speranza, il mondo mi volta le spalle, e so di aver perso l’anima.

28 apr. 05


A cosa servono le sue scuse? Suonano così false le sue parole che, anche se la sua risposta arriva dopo un mese di silenzio, insperata e salvifica, sono comunque sicuro che il buon senso consiglierebbe di abbandonarla alla sua vita, che tanto dista dalla mia. Se solo lei mi confortasse, distruggendo questi dubbi, chiamandomi lei per prima, vezzeggiandomi come faceva tanto tempo fa. L’unico periodo felice della mia vita recente, come può tanto crudelmente desolarmi? Vane speranze, fuggite via! Siate più veloci di me che v’inseguo! O destino, apri le tue labbra, svela senza titubare cosa mi aspetta! E tu, Angelo, rallenta la tua corsa, lascia che afferri e spezzi le tue ali di cristallo… voglio averti vicino fino alla mia morte, e sarò fedele servo degli antichi segreti che mi svelasti. Ma a cosa serve che ti scusi? Queste parole barocche, artefatte, non rivelano altro che qualche sciocca eleganza, dove invece dovrebbero colpire come sassi, o carezzare, o possedere l’atto. Rassicura, A, il mare di lacrime che s’agita appena dietro i miei occhi. Fai presto…

29 apr. 05


Ancora una volta sull’orlo della giornata. Cosa starà accadendo ? Sono geloso, sono uno stupido. Di cosa si nutrirà il mio cuore, se lei non chiamerà? Sono un egoista… 

Sogno di uccidere, sogno il sangue e la carne colare sull’asfalto pesante e spezzato.

30 apr. 05


postato da: HalberMensch alle ore 23:45 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 24 gennaio 2008

Chiudo gli occhi e il tuo volto risplende fresco nel ricordo. Sorridi, mentre già scorgo le desolazioni delle ore senza te. Consapevole, non posso risponderti se non con una piega sulle labbra ed un dolore in mezzo agli occhi, chiusi ancora. Com’è concepibile questa voragine nera? Ho paura, ogni volta, che sia l’ultima… e ogni volta mi stordisco di più, distinguendo sfumature altissime, vertigini incolmabili.

28 nov. 04


Se ne andrà. Domani. Partirà. Sono triste. Chiamarla non è valso a nulla, troppo imbarazzo, troppa distanza. Stavolta sarà durissima, non la vedrò che fra due settimane. C’è ostilità nel futuro. La mia anima già brucia, gli occhi si inaridiscono… e invece dovrei allargarli, per far spazio al suo ultimo sguardo. Poi chiuderli, per sempre. La cecità non dev’essere un brutto male se l’ultima immagine impressa sulla retina racchiude tutto quel che è degno di essere guardato. Ma non riesco a percepire altro che gusci vuoti, è tutto devastato, dentro e fuori. Anche l’acqua, che scende dal cielo a conati, non disseta. Arrugginisce soltanto. Gran pena. Ho pena di me stesso, perché non riesco ad aver pena degli altri. Disordine. Tutto è distorto, è irrimediabile. Le speranze non servono più a niente, se non posso respirare il tenero profumo dei suoi capelli. E rimuginerò infinitamente su queste sciocche righe buttate giù a caso, scriverò a lungo per placare il cervello esausto e caldo. Davvero: cosa posso fare, ora che la solitudine vincerà il suo assedio? Tutto sarà approssimativo, e questa consapevolezza rimarrà l’unica cosa certa.

30 nov. 04


Lei, cosa voleva dire? “Io non concepivo che l’amicizia-amore; ai miei occhi, dei libri scambiati e discussi insieme creavano tra un giovane e una ragazza legami eterni…” Riferimenti davvero troppo potenti, lei mi vuole, e io ora non posso che tramontare da un abisso all’altro.

Nella mia vita c’è nulla di straordinario. È solo con te che oso vivere con tutta la mia forza.

C’è l’essenza dell’incubo nel destino di questi dodici maledetti giorni, che feriscono ancor prima di sorgere; tramonto veloce e orrendo. La luce elettrica non può scacciare il Buio.

E oggi, Fato beffardo, giochi brutti tiri ai tuoi nemici: perché l’Anonima era lì? Da fuori sarebbe parso comico, una combinazione che mal si accorda con l’Incoerenza Universale… quante cose sono accadute oggi, e io non sono stato in grado di reagire al cataclisma: tutto mi è piovuto addosso con troppo furore.

NULLA HA SENSO.

Dormi, piccina. Il mondo è troppo grande per viverci senza nostalgie. Non farci caso. Dobbiamo non farci caso, ai ricordi. Ché portano solo immagini scolorite, o ritoccate. Sogna quello che non ti fa star male… oh, il caos regna su questa nuda realtà. Sono suddito del caos, e il suo ordine lo porto cucito sul petto e fra le cervella.

Apatia tedio della vita disagio esistenziale privazione noia torpore delirio inutilità assenza no maledizione incomunicabilità inerzia disordine zero                          . 

Non voglio dire niente. Voglio guardarla, voglio averla qui vicino. Volevo abbracciarla, mi è stata portata via.

1 dic. 04


Sogno il tuo corpo nudo tremare sulle note struggenti di “I talk to the wind”. Contro un altro corpo, la tua pelle gode della profondità della musica. Stupido... Io e te, soli, dovevamo scoprire assieme la dolcezza delle variazioni cromatiche di quel disco, icona della gioia e del godimento del corpo e dello spirito. L’unico miraggio si disperde nel remoto caso in cui tu pensi a me. Coprirei i tuoi brividi con le carezze, bacerei gli occhi e il sorriso della mia nuova Vita.

Prima città:
l’attraverso quasi calda, quasi ferma!
Distesa.
Alé, via.
Fumi e vuoto.
Cra-cra.
Leggo e interrompo il grigiore.
Domando i tuoi occhi,
rispondono le stampe, che persero, ahimé
già da giorni l’odore
e in poco la magia.

Delle coincidenze.

2 dic. 04


Seconda città:

perdo ogni moderazione;
linee orizzontali, sempre, sbiadiscono le cose
non è l’abilità dell’equilibrista,
non è il coraggio,
l’estremità è già condanna:
cadrò
sul piattume, nel pomeriggio
d’ocra e nebbia.
Rotola, come la pietra sul sepolcro.
Rantola, sfregando le ore addosso agli eventi.
Impazzisce, IL GIORNO, più di me,
che in fondo resto tranquillo nel mio speco d’ombra.
Qualcosa dentro raschia, ma sul duro del cuore
nulla si può cancellare.
Sehnsucht, ospite sgradita, non alza una voce.

Orrida città.
Sorda al grido di un amante assassinato…

Non ho la forza di dirle quello che provo per lei fino in fondo. È come essere addomesticati da una Piccola Principessa dai capelli color del grano. Non avevo motivo per essere felice del grano. Ma ora ho guadagnato il suo colore. Ma se non rimane nulla che la riporti indietro, allora sconterò con la tristezza tutto quello che lei mi ha dato: tutto.

…e quando la trovo, la forza si infrange contro un marmo, s’immola senza esito.

3 dic. 04


Terza città:

sbadigliando, è mattina,
lei sincera chiama il suo animaletto
ridicolo.
Spendo la luce, fuori tutto continua
costante,
ma già bianco,
e inerte,
delicato come un fiore inutile.

Fiore di Saron.


Granulare questo dolore, fatto a grossi pezzi senza poesia. Come posso sublimare il vetro e l’argento? Triturare le scomodità dell’animo, sogno dell’artista.

4 dic. 04


Quarta città:

Da qui, in cima,
è tutta illuminata di ricami al neon;
la lotta è terminata.
Solo che
non fa ridere
non fa piangere
questa
è un’inutile città sospirante.
E se la sicurezza di questo pellegrino
si rafforza
e batte più regolare,
le altitudini del cuore si lasciano
sfocare. Forse neanche la melodia
nella sua voce saprebbe
rapirlo ancora…
Il motivo è chiuso in una verità che non riesco ad afferrare.

5 dic. 04


Quinta città:

Nella bolgia di questa cittadella votata al sapere,
ogni cosa, ogni abitante, ha trattenuto un pensiero.
Per quanto piccola, permani,
piccola folle speranza.
È difficile spiarti
(quasi ti avevo dimenticato)
ma se tutto pulsa, è per causa tua.
Qualcuno pensa che tutto sia vano:
potrebbe essere tutto vano.
Resto interdetto
cosa mi aspetta? Dove nascondono il mio posto?
Nessun posto è fatto per me,
destino, destinazione: senza.
Gioco sui prati del ricordo: lì
c’è qualcuno che mi aspetta,
o no?

Qualcuno, qualcosa tratterrà un pensiero per me?

6 dic. 04


Sesta città:

nel buio avverto movimenti, i flash
stornano le dimensioni dei miei sogni
sanguigni
e grumosi.
C’era spazio per il nettare e per il veleno
in quel vicolo della mia fantasia.
Ora mi ritrovo a rincorrere il tempo e il mondo,
di risucchio, in mille spire d’energia:
quanti deboli agenti incolori…
In trance tutto era potenza e amore,
e disperazione e odio, a portata!
Dentro questo complesso a cavallo tra
razionalità e spreco
tristemente mi avvinco al sogno perduto
e al desiderio di tornare indietro,
nel mio utero.

L’essenziale è oltre il senso comune, scrivere mi avvicina, mi mette in contatto con ciò che c’è di più raro e prezioso…

Quel senso fresco e duttile, lo sento assopirsi, irrigidirsi sotto la furia dei giorni. Sto ricadendo. I sensi chiedono vendetta.
Blocco.

Ohh! La Gelosia, la prende nei miei confronti, e per la prima volta questo diventa un sentimento pieno di grazia, ardore, j’adore!

7 dic. 04


Settima città:

dopo un lungo viaggio
notturno
a passi di disperazione:
ecco un altro panorama,
variamente grigio,
variamente simile al resto.
Cosa aspettarsi? Cosa si aspetta,
quando nulla può arrivare fin qui?
L’ultimo messaggero sarà qui fra trentacinque anni
due mesi e cinque giorni…
I confini del Regno sono ancora lontani.
 
Impegno, sforzo, perseveranza. Qualità inventate dal nulla, e così importanti… dove troverò la forza di riuscire dalla massa di zeri? In lei, forse.

8 dic. 04


Ottava città:

Uno sgargiante semidio, schiavo del passato glorioso,
propose di far pulizia della ragione
e così fu! Fra gli ebeti, la potenza prima dell’atto è un gran trionfo.
La nenia diviene rituale: uno spirito atavico ha rapito quest’uomo, a nulla servirà
un sacrificio canino, le due teste rotoleranno assieme.
Ci respira addosso, un fiato allucinato, una pietra vecchia, una ninfa inascoltata,
dalle montagne Eco grida dolciastra e pura.
E nel cervello ancora sibila, il freddo non può nulla:
c’è sempre il rimpianto.
Un lungo fischio che non concepisce il sonno
disturba ogni pensiero, dall’interno non riesce ad esplodere!
E muore arenandosi nel mattino.
L’Urbe vive, muore e risorge, segreta, tombale e rombante!
Giace sorprendente, goliardica e pur stanca.
Io mi sento distrutto: annullato; la mancanza è bisogno, ora.
 
Mi chiedo: perché non riesco a pensare ad altro? Solo la stanchezza e lo schifo mi danno la forza di scrivere? C’è qualcosa di ingiusto in tutto ciò. Anche quando parlo di lei, tutto è coperto di tetre e sordide lesioni, fastidi e tormenti. Per essere positivi – ironici, almeno – cosa dovrò inventare? Anche gli esempi, mi danno una sensazione di sfuggevolezza, ciò che ammiro resta così lontano…
 
La frustrazione porta alla morte, a lungo andare, non rimane molto tempo. Già la pazzia, la sento nel mio letto, la sento scivolare, tirare, giù. Sono fuori da ogni grazia, e non esiste alternativa.

9 dic. 04


Nona città:

tutto diviene, viene così vicino,
…da così lontano…
potrei
saltare, dritto verso le prossime tappe
e nulla saprebbe fermarmi,
invece
con calma attraverso il tempo oppresso,
compiango la triste sorte del mio avversario-compagno.
Chi sarò? Per forza, crivellato dalle cure
la schiena si piega,
la mente non abbaglia,
la ragione regredisce,
tutto in preda al panico,
addolora quello che cambia…
Si cade, si cede, si chiude, un fiume si arena,
confuso e graffiante, soffia parole di odio al mondo intero
maledizione!
Guardando gli occhi di uomini e donne
condividendo uno spicchio di sole
dove l’ombra non conosce rivalità
traspira calore,
e già l’ho oltrepassato.

Se qui cresce una speranza al giorno, pascolando nella malinconia e nel secco dei miei prosciugati sensi, tutte precipitano, tutte crepano, fino all’ultima. Se la sogno ad occhi aperti nel mio letto stretta a me, è perché il mio respiro la attraversi, spaccando ogni tenera allucinazione. Se la immagino vivere in solitudine e piena d’angoscia per la mia mancanza, è perché mi riveli quanto ama il ragazzo che l’ha incontrata prima di me. Se vivo nell’inquietudine notte e giorno, è per sempre. E nessuno mi conosce!

L’EUFORIA È IN ME!

L’AMORE È IN ME!

LEI MI AMA!!!

10 dic. 04


Decima città:

ciò che non può essere detto
sta tutto qui,
una nuova arte
un nuovo senso.

11 dic. 04


Decima città+1:

non mi muovo, mai mi sono mosso
da qui
abbagliato dai 10+1 flash,
di un girotondo forsennato.
Le reazioni coprono il volto di rughe,
il pensiero incrudisce.
Nel viaggio, io non viaggio che da A ad A.
Un’altra volta, gli stessi orizzonti
forse diversi, ma familiari, punte o valli che siano,
inferni e purgatori e …
 
Fra mille persone, fra mille magri, calvi, camicia, berretto, unghia, rosso, scuro, forma… non era lì, mischiata dalla marea di sconcezze. Ma io ero lì, col cuore in mano, e il cervello sotto i piedi, come al solito innamorato ed irragionevole. Lei si è preoccupata, certo.

Ma ciò che ora salta agli occhi, è la realtà che si svela: lei non mi ama, in rapporto biunivoco, l’Amore è triste e impossibile.

L’Amore mi ha sempre voltato le spalle.

Oggi è nero.

12 dic. 04


A. è tornata. Cosa mi aspettavo? Di essere di nuovo felice. Sono di nuovo felice. Sì. Leggerà, spero leggerà oltre le parole crude ed incomprensibili: leggerà in me, chiaramente. Cosa porto dentro? Neppure io lo so, lei sì. Voglia il cielo che accada quello che spero da tutta una vita. Soltanto le circostanze ci hanno tenuti lontani, ma accadrà, un’ora insieme, soli, scalderemo le anime e i corpi, le parole saranno troppo brevi per sopravvivere col nostro amore, la melodia del suo cuore resterà con me.

15 dic. 04


Dormi, mia piccola cara amica… sogna la Bellezza che cerchi.

17 dic. 04


Maledettamente provvisoria, sfuggi… perché? Ti fa paura starmi troppo vicino? Sono chiuso nei pensieri più sfocati, instabile fra gioia, rabbia, invidia, desiderio, follia. Mi rileggo strappandoti gli occhi: capisci, cosa mi rode dentro? Il contatto fisico è necessario, disgraziatamente insufficiente, ma… certo, non posso trattenerti. E se ti dico che mi ferisci, mi ferisci. Mi sento ridicolo, forzato a mendicare fredde dolcezze… perché? Non senti quella stessa mia inquietudine, mentre ti abbraccio con lo sguardo. Rimarrò solo, di fronte ad un precipizio di distanze e confidenze incatenate.

Cos’ha, più di me? Questo amante del “windsurf”. Ottuso vincente, amato oltre ogni ragionevolezza. La tua ricchezza mi spaventa, la mia povertà mi limita diabolicamente. Avermi… sarebbe una sconfitta sociale, un’immagine sgradevole, il nobile demone che presenta alla Buona Società la sua sposa zoppa e mentecatta. Ma il nichilismo, no, manco quello ci avvicinerà, non t’appartiene. Non capisco dove inizi a volermi bene… l’amicizia è la sporcizia della vita, se non è pura. Ma avresti dovuto accorgertene, a questo punto. E invece trascini una tortura che dilania. Nel silenzio e nella comunicazione, senza pausa… è davvero troppo pesante. Ne ho abbastanza. E cadrò di nuovo, da una parte o dall’altra.

Quelle ore gravi, spugne di ricordi. Un mutilato sbraita nell’alcol per dimenticare il vicino-irraggiungibile male.

Da un cielo contaminato e agonizzante intuisco le sfumature ed il limite dello stato psicoindotto. La ragione non si tiene in piedi. Si spengono le luci e, per non sbagliare, si prende tutti la stessa direzione, se no ci si rompe il cranio, a correre nel buio. Vorrei tornare indietro, dove prima si respirava chiarore.

La pioggia croccante, il vento s’infila negli occhi, in un’immobilità estatica rilasso i sensi, penso con malinconia ai minuti in cui stavi stretta a me, col fiato sospeso.

Tutto questo mi appartiene.

18 dic. 04


Ancora. Ancora. Ancora. Ancora un lungo addio, intenso di confuso dolore. Sono già solo. La masturbazione non può nulla, pensarci anche peggio. Lei torna a confessarmi le tremende prove a cui N. la sottopone. “Cosa posso farci, io?” – Lascialo, dannazione, lascialo!! Ma lei lo ama ancora, per la stessa testardaggine che me l’ha fatta incantevole ed unica creatura desiderabile e compatibile colle mie sofferenze. Lei è triste; non potrà mai cercare qualcuno più triste di lei; o no? Ma intanto, questo dovrà essere un memorabile addio… dovrò farle sentire un grande buco nel cuore… dovrò farle male.

Il delirio è rimandato a domani. Ma come per un condannato a morte, un giorno, un anno in più, significano solo pena e scherno. Lei, felice del mio Grand Meaulnes, si avvicina, troppo poco… scrive e giudica quello che le scrivo… quasi ne posso percepire il profumo, ora! Analizza accuratamente (inutilmente) i miei sfoghi atomi. La perspicacia nelle parole, quella profonda razionalità, la sento piacevole “come sabbia tiepida sotto i piedi”… una novità mi sorprende sin dal Terzo secolo avanti Cristo: “Dallo scontro nasce la creatività”. Saggio Eraclito. Oggi, per fortuna, non è la noia… La chiamerò. Cosa le dirò, lo sa il caso, beffardo e adorabile tutore.

20 dic. 04


Niente. Niente… lei ha paura di me, lei non mi amerà mai. MAI. Mai stato così attratto dal suicidio. Nausea senza ombre. Tutto fin troppo chiaro. XXX XXXXXX XXXXXXXXXXXX…gelo…lacrime… X XXX XXXXXXXX!!!…xxxxxx xxxx xxxx xxxxxxxx?…XXXXXXX, XXXX XXX XXXXXX XX XXXXXXXX XXXXX? XX XXXXXXXXXX XX XXXXXXX… XX XXXXX XXX XX XXXX XXXXX…X XXXX!?… solo deboli parole, dentro brucia tutto.

Immenso Dolore

Bestemmie.

Lasciami in pace……… è tutto chiuso, non esiste motivo per andare avanti. 

21 dic. 04


Fra gli ultimi bagliori del piccolo universo culturale europeo si è spenta la voce di un Poeta, che racchiuse l’infinito nel proprio finito, che portò avanti la Parola e calpestò le parole.

Un’altra, bella creatura, mi svolazza intorno, e tutt’intorno gravitano altri cuori, altre vite. Si intrufola fra le pagine del mio libro, non chiede nulla, la curiosità la divora graziosamente: la potenza della lettura è così vasta… nella solitudine d’un pensiero due persone possono incontrarsi e vivere senza sapere d’amarsi l’un l’altra! La confusione è debitrice della conoscenza. L’inquietudine è essere certi d’essere vivi. Il mare spalanca gli occhi.

Cosa rimane in queste membra spossate? Dopo che il destino si è per tante volte accanito su di esse… lei si allontana, scorta per caso sui cortili luminosi dell’università. Assieme a qualcuno che è ancora degno d’essere chiamato uomo. La distrazione è l’unica arma, e posso puntarla solo su me stesso… oggi ho conosciuto un’ira grave e scalciante, impossibile da soddisfare – sostavo fra la gente e desideravo lasciarmi attraversare dagli eventi. Inutilmente. Mi ritrovavo sempre in me, e m’incuneavo senza motivo negli spazi e nei tempi, pensando ad essi, mostruosi puzzle forzati, piegati,strappati. Da chi? Ho paura a dirlo. Resistenza… …benedetta, tardiva redenzione, t’affacci al posto di un sole che fino a pochi istanti fa pareva incontrastato.

Presente l’aria che si respira lontano da casa: così pura, ribelle, piacevole eppur insidiosa? Ebbene, oggi scendo di casa e provo il profumo del nord Europa freddo, ma legato al rifugio e al conforto. Questo tempo mi porta indietro, alle spiagge gelate di De André, al gesto materno.

27 dic. 04


Ieri nella fredda punta dell’Ago, pensavo a me. Quanti eventi privi di colore, dimenticati, settimane e mesi interi sprecati secondo il peggiore dei principi consumistici. Quanto sfacelo. E questi giorni di silenzio. Una rinuncia a vivere. I rapporti con lei sono immancabili, grossi blocchi di granito che mi schiacciano le tempie. Il tempo non rimargina le ferite, chiude il senso del dolore, mentre sanguinano ancora. E lei ora confessa il suo dolore, il ragazzo che lei ama è distante. Ma sta a lui decidere della sorte di questa dolce e fine creatura, la mia Anima sulla Terra si rimette nelle sue mani immonde… Ecco che, pensando a me, non faccio altro che penare per gli altri sfortunati. Centoventicinquemila morti. E questa è la mia vita: una strage. Affossato nel suo incavo, il mio occhio osserva... “I am a Beholder, I can see whatever happens, I can see no more.” Un canto, uno spettacolo solo per me. Osservare un’Opera d’Arte significa disprezzare se stessi, in quanto si è incapaci di adoperarsi all’altitudine del Divino, divagando dalle pene e superando la barriera del tempo perduto senza senso (ma io canto a ME, posso ascoltare solo IO!). L’Opera d’Arte vale per sé. Le opere d’Arte sono tali per il Creatore. È il tempo che la crea, in fondo. Ogni vibrazione si incolla al tempo che l’ha portata… Ma che importa? Se lei non c’è – lei, che è il MIO tempo – cosa importa? Gli altri tempi grattano via le scorie, o tappano le voragini del dolore; lei invece mi VIVE, e mi fa vivere. Lei è la prova vivente che è possibile, per me, andare al di là di quello che fluisce nella cascata della decomposizione: posso impigliarmi a lei, e finalmente osservare il fondo in alto, e la cima sottostante.

Perché per lei non sono quel che lei è per me?

31 dic. 04


Fine dei miei infausti giorni. Senza bilancio, inutile inopportuno diniego in faccia all’evidente immutabilità delle cose. Non si può cambiare niente; attraversare in silenzio questa galleria di ricordi, passando dal buco di una serratura, rientrando infine in un buco nel terriccio fertile…

Leggo, rileggo il suo racconto. Così fedele al suo animo, così simile al mio. Vernice fresca fra i ricordi comuni di un amore mai sbocciato. Sento il suo corpo vibrare dietro le parole. Parla di se stessa: conosce i suoi pregi, me li mostra candidamente, come fa una bimba “civettuola”. Ma lei è così piena di grazia, è una Vergine, già macchiata dal senso profondo della vita, già disorientata nel rifiuto cosmico… lei è la donna più densa, più leggera. Un sogno e un incubo. Io non posso non invidiarla. Non posso non essere geloso di lei. Io non posso non amarla. Il desiderio di fondermi ad essa, pur sapendo che non sarà mai, mai e poi mai possibile, mi sfinisce e mi dà forza. Perché nel suo ordine trovo il mio caos, nella sua mascolinità trovo il mio lato delicato, nella sua debolezza la mia forza, e tutto il contrario. In movimento circolare, imperfetto, quindi, e così bramato! Posso essere sempre un ragazzo di sedici anni, avvampandomi di lei su lei con lei… nella prima sincerità della mia esistenza.

Dieci giorni passati, dieci giorni ancora nel freddo della lontananza. Un giro di boa frustrante, senza verbi. Né aggettivi abbastanza consolanti. Se è mai possibile raccontare qualcosa, anche uno sgorbio troverà un poco di sereno.

Poco. (o meglio: Mai abbastanza.)

1 gen. 05


Sto facendo il mio lavoro. Oggi è stato un buon giorno. Di lei non so niente, ma spero qualcosa di bello possa accadere, davvero. Un giorno passato nell’impegno, nella creazione di cose nuove, un sapore dolce-amaro in bocca, la mente attiva. Ma non ho vissuto nulla fino in fondo. “Fino in fondo”…

In fondo, niente da dire. A parte il fatto che sento il tempo sfuggirmi tra le dita. Fluisce via.

Cosa le scriverò? È importante essere all’erta. Scivolarle fino in fondo al cuore, in lei che ha rapito il mio. 

2 gen. 05


La sua vocina risuona nelle mie orecchie, già da tempo tappate. Benedetta creatura, tu, tu mi salvi da questo schifo. Tremenda, crepata realtà. Che si trascina avanti senza senso, colando morte e grasso dai pori e dalle suppurazioni.

Potessi averti vicina, per studiare quale incanto si cela nelle tue corde vocali. Ricca, fortunata, tu fai parte di un altro pianeta. Ma non per questo allo sguardo hai le sembianze di un angelo, non per questo mi streghi. È per la tua straordinaria dolcezza, per quel senso in più che percepisco in me quando mi sei accanto. Ho una paura immensa di essere una nullità di fronte a te. Ho paura di deluderti. Eppure già so che non cambierò, neanche se volessi. Sono troppo sconvolto dalla crudezza che è presente in tutto il sistema umano, e non so reagire ad essa altrimenti. Giusto o sbagliato, è indifferente. So solo che devo poter pensare per sopravvivere, pensare nel mio modo. Adorando la tua chioma, le tue parole, la pazzesca combinazione del tuo essere. Lasciando che sia così… in sospeso.

Ripenso a quel giorno, gonfio di annullamento, terreno di morte liberata, di terrore e tristezza eterna. Penso a quella voglia di uccidermi. Quanto male mi hai fatto, Angelo mio… era un abbraccio, solo un abbraccio… ma sarebbe stato meglio?

3 gen. 05


Apro la finestra sprangata, m’affaccio e una carezza d’aria mi riporta lontano nel ricordo olfattivo e tattile, nel tempo, ai miei antichi sospiri fra le brume e i tralicci. Così lievi… Mi lascio governare nelle acque in bonaccia, un sapore malinconicamente adulto in bocca. Le promesse non mantenute. Con le spalle strette osservo la stradina e il palazzo di fronte. Echi… un forte odore di bistecca e frittelle, e quella carezza. Suggestioni piacevoli, ma riguardano cose morte. Un ragazzo e una ragazza fumano sigarette sullo stesso balconcino, lui le mostra il pezzo di creato che si stende ad est (o a sud?)… i primi cinque anni di vita… respiro sommessamente, per capire meglio, bevo, e mi stordisco ancora un poco.

Tornare indietro, col senno di poi… capire, no, non è meglio di essere ingenui. E da quella tenera età, già da allora, qualcosa di oscuro e maligno mi si rivelava, camminando per le stesse strade battute dal vento e dai vandali. Negli inverni che non cambiano, solo loro, mai. Quei brividi correvano sulla schiena, presentivo i rifiuti dell’amore, il marcio della vita… eppure quasi m’inorgoglivo nel provare la violenza recondita, quella che nessun’altro sentiva, nel cemento e nella terra.

5 gen. 05


Centinaia di volte, sempre lo stesso pensiero, fuso in dolori lontani, o incastonato nella carne. Un addio che valeva cento torture. L’ozio e questa maledetta ricorrenza e questo suo silenzio freddo, mi lasciano impazzire come voglio. Ho imparato che non si può che trattenere, stringere oppure lasciarsi vincere dalla corrente. Il ricordo, la sanità, le persone, tutto il senso che s’aggruma, l’età… solo per quei pochi Momenti ci si può ritenere maledettamente, miracolosamente in atto. Agire vuol dire andare al di là del vivere. I Momenti Perfetti, sono così pochi, per me… gli altri se ne accorgono? Lei, se ne era accorta? I suoi occhi mi dicevano di sì. L’avevo resa felice, la mia gioia era immersa in lei… fantastico.

Ma questo silenzio mi sfinisce. Non so perché, non desidero davvero che lei torni qui. Forse voglio dimenticarla, ora che con certezza so che mai mi amerà, o forse non voglio farmi dimenticare, voglio una dolcissima vendetta. È questa la civiltà? Sono perfettamente uguale a tutti gli altri mortali, non posso desiderare di vivere per sempre… Amorazzi umani, non divini! E mi paiono così potenti! Incendi in me, maledetti, maledetto.

Sono un negativo di me stesso.

E poi… sempre a lamentarmi, per tormentarmi ancora, mai pago delle scorticature, io voglio le ferite, il sangue! Faccio schifo. Godo come uno sporco masochista delle mie disgrazie. Sono io il re degli egoisti! Subdole proiezioni mi lasciano superare i confini, ma so di essere al guinzaglio dell’oblio e dell’indifferenza.

Forse che coltivo un interesse con la cura necessaria? Mai. Tutto, approssimativamente, è alla mia portata, tutto assaggio, ma se pure non mi stanco, sono tragicamente pedante, noioso. Non affascinerei mai me stesso, figurarsi le persone che ammiro.

E ripiombo. È la droga più potente, e più costosa. L’autocommiserazione. Velenosa, con l’amore: amare gli altri e tormentare se stessi: strada veloce e malata verso la Fine. Mi sto consumando in fretta.

6 gen. 05

postato da: HalberMensch alle ore 22:46 | Permalink | commenti
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martedì, 22 gennaio 2008
Il profumo. Ho respirato di nuovo il tuo profumo, sulla terra aperta a cui appartieni. Non avrei pensato di riscoprirlo in quell'aria libera che mi soffiava addosso dai finestrini del treno. Le stazioni... i volti, che temevo di riconoscere... lo spazio tra le montagne ed il mare. Due piani.




Disastro! Nelle nebbioline mattutine i singhiozzi degli uccellini, ignari, non riveleranno mai il franare incessante del genere umano verso l’abisso. No, non siamo tutti uguali sotto il sole che ci gira istericamente intorno. Già ha deciso, questa massa informe di saccheggiatori, la direzione da prendere: distruggi tutto, non fermarti, non voltarti, non pensare, soprattutto. Altri quattro anni di sterminio sono stati democratizzati. Evviva l’America. Evviva l’indifferenza. Evviva nostro padre il Denaro. Evviva il potere occidentale. Buoni, cattivi, un cartone animato non saprebbe descrivere meglio un panorama mondiale più degradato. I Buoni vincono, i Cattivi perdono. Troneggia l’insipidezza in queste detestabili e imprecise e indignate righe… la gente se ne strafrega, la gente lascia fare, si lascia trasportare, anzi trascinare, dentro ‘sto sfintere. Gente, gente, gente: indifferenziata, tessuto omogeneo di depravati, pecore, potentissime eppur inoffensive pecore! Lo stupore prende corpo, ogni volta che la gente prende parola, e… nient’altro che belati, gloriosi e orgogliosi belati: dicono: “Decidi il mio destino, fammi tuo schiavo, sodomizzami, tosami, ammazzami; non voglio saperne di responsabilità, non voglio preoccupazioni: il mio più grande desiderio è spararmi un panino con la M sulla scatola di fronte alla mia adorata TV…”.

Soluzione, proposta da un saggio amico: chiusura. Panta rei. TV, giornali, radio: off. Nulla importa, meno la mia ricerca, la mia meditazione, avanzando solitario, finalmente, nell’ALTRA direzione. Il rifugio è nel passato, che ormai non può nuocere, nei libri, che mai hanno nuociuto, nell’arte, unica Musa. Sputo su quest’incolta assemblea (meglio: gregge) di ovini, apro le porte all’erudizione della mente e dello spirito. Infine la luce, che qualcuno volle, si spegnerà.

3 nov. 04


Neanche loro, poveri fringuelli. Cantano intirizziti dal morso gelido della notte, nevrotici esultano e azzardano sulla morte del sole.

5 nov. 04


Incredibile, intensissima giornata di confusione, rivelazioni, disillusioni. Siedo e guardo indietro. Cosa può essere così accecante? Liriche scadenti, ghigni da parvenu, riflessioni sincere, ammissioni altrettanto seducenti… Di fronte all’Arte, questo non ha molto senso. Ma la mia Musa è lei, sfuggente, saggia, piccola, adorabile fibra del mondo, nulla ricopre la sua realtà con tanto delirio quanto Mille anni d’Arte. Sto fisso, sul dirompente sentimento, pronto ad afferrarla… no, non ancora. Morboso. Sì. Desidero: desiderio: unico: lei cara e dolce figurina stanca. Spigoloso che non sono altro! Devo adattarmi. Coerenza… Scontro! Ugh… male… Malevic. Non dimenticarmi, accetta le distorsioni del mio Spirito… furia. Rimane nell’aria, questa… non m’arrendo. Sfioro, tremo, non dimenticarmi. Pietà. Friggo nel mio sangue che assetato graffia il cuore!

6 nov. 04


Nonostante tutte le terribili realtà che scopro sul mondo, questo è il tempo di scrivere per gli altri. Per lei.

7 nov. 04


Abbacinato nella stessa stasi (ormai mi specchio in essa), tragicamente semivivo, l’immaginazione copre il ricordo di infinite dolcezze. E lei, con le spalle piccole, copre lo sguardo malinconico coi capelli, china la testa. Non aspetta forse che la abbracci e la carezzi? Sperduta nei pensieri si culla, e culla insieme i miei. Lotto con me stesso, perché non posso baciarle la bocca sottile, ma gli occhi vagano frenetici e avidi sui suoi vestiti, sulla sua pelle, sulla chioma, sul volto celestiale. È forse questo il desiderio di possedere? Voglio averla per me, strappandola a chi come me l’ama? Come può essere ingiusta la vita! La osservavo, veloce e leggera verso casa… ha nostalgia. Trattenendo il respiro e i battiti, quella letale immagine si versava nella testa: un incubo. Scappava da me decisamente… fermarla, l’ho capito subito dopo, era una violenza… ma quel gesto (nodo alla gola), sì, è il sintomo: vivo e voglio vivere, e quindi derubare, spogliare, ingannare, lottare. Dio mio. Trovo le mie speranze fra le spine e i chiodi, e quanto più mi avvicino ad esse, tanto più sanguino e impazzisco. La dannata zavorra, la Morale, sarà il macigno sulla mia vita. I cry.

11 nov. 04


Pagine e pagine di cose troppo importanti da poter essere dimenticate… sono sotto l’effetto di una stranissima droga, è spaventoso, è inafferrabile, è spettacolo e delirio. Oggi è stato come consegnarle una parte di me. Ma non è il paragone corretto. È proprio così: mi sono donato a lei, lei… mi ha accettato. Quest’instabile orgoglio mi prende alla gola, sconquassa tutto il corpo, finalmente si affaccia una speranza. Migliaia di cose, così veloci che non le puoi afferrare, ma sono loro che stringono e stringono… Cosa… farfugli… valanghe di pensieri, troppo sottili per dargli voce, mesti e dispersi, mesti perché dispersi, vorrebbero vivere. Ma sono trame incidentali, deragliamenti del filo, infilano lettere qua e là, non ce la faccio a coglierli. Ma questo è un giorno, e in questo giorno ci sono state delle ore importanti della mia vita, gli istanti m’hanno ceduto la via per il tempo e per l’estasi.

Ma è un passato, per quanto recente: lo penso e in me suona una marcia funebre. Per tanti attimi, sono vissuto. E con gioia e isteria, come le belve affamate e assetate. Non sono (ac)cadute su di me le cose, IO ho sollevato gli eventi, ero dietro la cinepresa, stordito e galvanizzato regista delle mie stesse azioni.

12 nov. 04


Un grosso sentimento di ottusità si ripresenta in queste sere forti e fredde e malate. Trovo ogni minaccia in me stesso, furoreggio senza guide nei peggiori sciabordii dell’anima (ops). Scrittura automatica, mani serpeggiano all’ombra di un fiume di note, quasi sempre così provvidenzialmente geniali. È tutto da inventare quello che scriverò, non c’è partenza, un avido arrivo succhierà via ogni idea: cara A., non esiste che l’improvvisazione, è tutto troppo caotico per darsi cura di mettere ordine. Eppure, quante ore a sperarci… E io che sono mio malgrado arrivato a capire tutto troppo presto, sto ancora qui a lagnarmi e a scrivere. Perché? Rispondimi tu, per favore. Perché cento di queste notti, qui seduto, ho pianto lacrime e lettere, rassegnato? E nient’affatto rasserenato… forse, forse questa è la prima volta che un barlume s’insinua non fra le righe, ma oltre, in me, capisci? Arrendersi al marchio, confessare gli inganni, disprezzare i disinganni è una cosa vecchia, ma parlare con, scrivere a qualcuno… è come avere già una risposta. È una fonte di ispirazione, è sentire la propria voce. Ormai non c’entra più il coraggio, quello che è proibito: l’azzardo è diventato quasi un frutto da che era un seme. Ecco, un uccello di fuoco volteggia su di noi stasera, A. Rimani in ascolto…

Forse è perché rivivi nei libri che ancora non ho letto, o che non riuscirò mai a leggere, o perché sei un personaggio nascosto, ma percettibile in tutti i racconti, nelle fiabe, sottile e commovente. Forse è perché abbassi gli occhi a sentire la tua dolcezza, forse è per questo che ti scrivo. Mi fido ciecamente di te, è come se tu mi avessi addomesticato. Ma pur se sto bene ora, già ti sento mancare, come se tu dovessi andare via, lontano, via su di un altro pianeta. Dove tu senti di appartenere…

Non verrà mai letto, si è seccata la mia vena.

15 nov. 04


Odio. Quello che tu odi. Amo. Quello che tu ami. Così tristemente so confessarti, e sai confessarmi, mi indovini e ti riveli. Resta con me nel silenzio. Desta le vibrazioni, comunica in un altro modo: guarda nei miei occhi.

Il tempo passa, rimango fisso in un punto a guardare quello che succede. Chi mi salverà? 

Si avvicina? Si allontana? È doloroso, frownsmile, dolce e sadico gioco.

16 nov. 04


La dannata veglia ottunde i miei sensi. I sensi raccontavano molte storie. Passeggiando solo e indifferente lungo un viottolo di mare, fra sole e spiagge che ridono sconciamente, m’imbatto in un anziano signore, che accompagna fuori dalla mia realtà il figlio, orrendamente marchiato da un male tremendo. Pochi passi ancora, e mi ritrovo fra i piedi un grosso sacco, pieno zeppo, che si rovescia, rivelando il suo contenuto di teschi, omeri, gambe… sono pienamente cosciente: questa è Guernica. Ma la gente non scappa, è paralizzata. Cos’è successo? – mi chiedo. Vapori ed altre cadaveriche strisce di carne, sparse tutt’intorno. Neanch’io voglio fuggire via, così vicino ad afferrare un principio fondamentale, per lunghissimo tempo rimasto trasparente e ora ambito, desiderato. Da tutti… ma ora? Quale significato ha, se ora scrivo e sono sveglio e nulla è cambiato fuori e dentro?

Ecco, via, se ne va fredda ed euforica. Sorrido stupidamente, ma è atroce quello che rimane sotto la scorza. Poi scrive: “Mi spiace eccetera” bla bla. Ma risorgono, risorgono! quei brutti e delicati sospetti… lo vedo: lei lo lascia, e un momento dopo le sfioro il viso e ci respiriamo addosso parole enormi e felici, e le scrivo poesie, e mi rivelo più di quanto non sappia o possa fare consciamente. Baci, tatto.

Ancora cose importanti: il mio è davvero un saggio amico, e ragioniamo insieme su quanto è difficile restare vivi, sul nichilismo, metodi per sopravvivere nel torpore e per morire inquieti.

Ora è tutto freddo che frastorna, echi e macabri respiri elettrici. Atmosfere che raggelano, nulla, quasi una Nausea. Nello spazio percepito, proprio in mezzo sto, fra onde di vario tipo, in cui sto, confusamente, ultimamente sto.

17 nov. 04


Ancora gioia e disperazioni, oniriche e vere. Proprio qui, un fiume di carezze, baci, deboli rifiuti, erotismo e passione. Ma non con A.: ancora è l’altra, infinitamente bella e corruttibile creatura, a farmi fremere di piacere. Cosa può una fresca e sottile camicia da notte, contro le mie mani piene di lei? Ed avvicinandomi, sempre più, all’ingrato risveglio, arriva lo schifo per questo corpo e questa mente: mi vomita via, mi vomito via. Quanti anni a desiderare il Blackout. Ancora sento il palmo scivolarle in un abbraccio sotto la stoffa, senza mai saziarsi di quella pelle, di quel corpo perfetto, giustamente avido di ammirazione… amarezza e disillusione: ecco invece cosa posso aspettarmi dallo stanco battito degli occhi.

Oggi, nel Vortice. Come lo scarico del cesso, uguale proprio uguale.

Penso: “Dio mio, quanto posso rendermi irriconoscibile a me stesso, solo per un leggero spostamento di prospettive!” E so chi è responsabile di questo mutamento (basta finzioni! Niente maschera!). E più ci penso, che forse il riscatto della noiosa e fosca commedia quotidiana si avvicina, e più penso a lei, e meno riconosco il corpo che mi contiene, né forte, né possente, ma capace di succhiare dalla mammella del Piacere, irrequieto, impaziente. La sento qui vicino. È terribilmente vicina alla vittoria decisiva, questa pazzia che si rinnova, pazza anch’essa d’avermi, all’ennesimo girotondo. Ed è piacevole sfiorarle i capelli, stringerle la manina fresca e gracile: nella confusione, rischio d’innamorarmene… buffo: un’amante, una carnefice, ma è solo di Lei che ho bisogno.

18 nov. 04


Mi manca il passato. È così bello ricordare, per vivere ancora, perfino con più intensità quei frammenti di specchio, taglienti e brillanti e pericolosi e affascinanti. Trovo ora tutto così insulso; amo solo quello che gli altri disprezzano, digrignando distolgono occhi e orecchie, affascinati e drogati, verso i nuovi dei. In me restano molte amarezze, sono colmo di rifiuti, di no, resisto solo per amore delle cose impossibili. Non ha importanza, è difficile interpretare un momento storico quando ci si vive in mezzo, tutto verrà spiegato. È così difficile far pensare la gente… quasi mi pare d’impazzire, a seguire i loro discorsi, avulsi da ogni tentativo di sembrare (dico: sembrare) un poco più saggi di quanto non sembri; ma non c’è pazienza, non c’è voglia, non c’è stimolo alcuno verso la contemplazione, lo studio di sé, e degli altri. Cattiva educazione? No. Cattivo è tutto quello che respiriamo, mangiamo, vediamo (non si osserva più), invidiamo (non si ammira più), in cerca di vanaglorie, piaceri animaleschi, avidamente proiettati nella cocente e sbandata voglia di ESSERE QUALCUNO. Poi la Grande Delusione. Inevitabile. Non riesco a non pensare allo squallore che mi sovrasta, mostro biblico, forte e ottuso, deciso a divorare il genere umano, colpevole dei più inimmaginabili crimini. Mi ci arrovello, furioso e pieno di rabbia: perché, perché, perché!! Si tratterebbe di condividere un fardello di sofferenze, e questo spaventa tutti. “Face the truth” metti te stesso in faccia alla realtà: capisci dove sei capitato o la vita ti resterà estranea! Utopie, grosse stupide utopie del cazzo. Eccola, la gente, che “sa come va il mondo”, ma sguazza felice nella sua latrina, abbaiando al sole e alla luna. È un miracolo trovare ancora Persone: in grado di ragionare, diverse e insieme unite da un ideale. E io, come ho fatto a scoprire che esiste questo Mondo-B, questo silenzioso Secondo Lato? Non lo so, forse sono un Eletto, o più semplicemente uno sfigato, un depresso, un pessimista, un lazzarone.

Tutto così. Semplice e difficile. Resta una questione: Dio esiste? Oppure facciamola finita.

Vorrei tanto pensare solo a lei, in queste serate di immondizia. Quasi convivo con la Nausea… ti prego torna indietro! Se vivo, devo avere un senso. Tu sei ogni mio senso. Ogni mia giustificazione a essere. Non è blando romanticismo: ho davvero paura di non farcela. Torna.

19 nov. 04


Col corpo gettato in un vuoto disfacimento. Col cielo che mi schiaccia e pesa su ogni passo. Il nuovo freddo corrode le speranze e accentua la picchiata delle mie parole… l’odore di morte stagioni. E stupide ritualità per bambini e imbecilli.

20 nov. 04

 

Provo a cancellare i guai di me stesso, che muove e annaspa come un torso mal creato, agonizzante e repulsivo. Avvilimento. Ma è presente, è qui. Appena ti accorgi che il respiro ancora non ti manca (e te ne accorgi quando manca) carica rombante lo schifo, travolge e dilania. Perdo ogni aspirazione e mi faccio trascinare un po’: in fondo sono questi istanti preziosi? Torneranno, all’infinito, per disperdere le gioie coagulate in un grumetto tremolante di eteree e sciocche credenze. È così facile il suo compito…

E nel suo muro, finalmente, la incontro, e liberiamo la solita tristezza. Ci appartiene. Da bambino ne carezzavo le asperità, la modellavo secondo varie prospettive, affondavo le dita nel crudele spessore della parete. Nei suoi nodi mi adattavo, fra le mie ossa esso s’ammorbidiva. Piangendo in anticipo ogni dolorosa separazione, mi chiudevo nella stanza da letto dei miei, testardamente per settimane, a scontare un po’ di quelle lacrime, che sapevano di morte e che pure non la conoscevano. Come tuttora non la conoscono. Non dimentico, però, quei pomeriggi di maestà metafisica, proiettati nel futuro, coscienti e innaturalmente maturi e candidamente puerili.

Chissà se…

21 nov. 04


Ecco, nove ore ancora mi dividono dalla riconciliazione con la vita della mia vita… ricordo distinto quel vento siderale di incubi senza fine nel sonno criogenico. Ero io, lì, a contare le ore innumerevoli e lunghissime. Non ce la farò, dissi. Ma ora sono così poche, così nette, quasi umane, per quanto limitate. Ma… non c’è felicità. Un misterioso dolore la incatena a terra, dolce araba fenice. Risolvere l’indovinello: Rumplestiltskin!

Bartòk, che furia, quel suo Mandarino meraviglioso, oscuro e osceno, strappato e grandioso. Laddove non rimane più spazio per la morale, una puttana gorgheggia fra i sorrisi spappolati degli adescati, e là dietro, grevi e presenti, gli assassini cospirano. Il cupido mandarino arriva, riccamente la bava fila notturna nel desiderio di possedere un corpo… assalto! Coltelli, sangue, e… non crepa, il bastardo, dagli, ancora! La lama non vuol saperne, d’ammazzare questo viscido… che continua ingordo sul sesso di lei. Freme alfine di un breve piacere immondo, e ogni sua ferita torna, a spossare quel corpo invulnerabile, spruzzi di rosso e bianco colorati si mescolano per il saccheggio del tempo. D’oro andrà quel capo a sprofondare, nelle melme dorate, auree della leggenda, l’Asia resta fusa nell’oro!

Scavo, scavo. Nel profondo, io scavo. Per carpirne le pietre più preziose, io scavo. Mi è così difficile, però, salutarla col nome divino, lei che è divenuta chimera, uccello leggendario, sirena stasera. Lei stessa confessa i suoi voli, e gli avvitamenti disperati, fra i nove venti. Lasciarsi sfuggire è fatale, per non essere risucchiati negli alvei della solitudine, nella grotta buia e inevitabile. Tempesta di sabbia, stanza e deserto, unicum. Giallo e grigio, questi sono i doni soporiferi dei giorni e delle notti, ma è una nebbia dentro me. Centinaia di allucinazioni scompigliano e stravolgono l’ordine, verso la meta. Spero che davvero esista. I giorni, li hanno decapitati ferocemente, e non c’è abbastanza tempo per dire quello che è fondamentale, nascosto sotto montagne di terra marcia. 

22 nov. 04


Attenta, puoi fare molto male. Esile attesa, lama affilata quanto leggera, ti sento nella mia pelle, a fracassare e a pungere. Quanto ancora potrò resistere a questo strazio? Coraggio, decidi la mia sorte. Ma in fretta! Il sudore riga le mie tempie, col gelo tutt’intorno. Fetide distrazioni, ne aggiungo una ogni ora, cavando poco meno che pazzia, ma, maledette, scivolano via veloci e non coprono mai completamente questa tortura. Rovino il mio cuore, che pompa per tre. Tutto intirizzito e corrugato, giostro contro un avversario che non dà scampo: la sua lancia, così fragile e fatale… a cavallo della luce puoi sfidarne a mille, senza mai essere stanco. Crono è il tuo nome, cavaliere senza ombra e senza tattica. Tu avanzi, marci, sempre. Questa è la tua condanna. Tu sei la mia condanna… affonda!

24 nov. 04


Questo provocante odore di polvere da sparo, il mio volto ingiallito, i capelli tristi. Lei è chiusa nel silenzio, io nella depressione. E fuori gela.

Dov’è che sbaglio?

25 nov. 04

 

Sicurezza di esserle vicino, vivo… le ossa e la carne, via, si staccavano ormai inutili pezzi di materia. E un’emozione dietro l’altra ci accompagnavano, verso il passato, verso il presente, verso quello che sarà. Oltre. Oltre la felicità, quasi gementi, in un orgasmo di impossibili impressioni, così abbracciati nelle alterazioni dell’animo. Rivelando. Spogliandoci di ogni segreto, l’imbarazzo. Poi, sempre più audaci, versiamo negli occhi tutto quello che c’è di nobile e bello. Tu sorridi dolcemente: è quasi troppo, per me, restare in bilico fra le lacrime di un desiderio realizzato e la purezza di un bacio concesso da un angelo. Ecco sulle punte ti avvicini alla mia crudele guancia, in un preludio dell’essenza dell’infinito. Lasci a malincuore queste lande grigie: perché noi siamo una cosa sola!

Non voglio dimenticare. E tu sei troppo importante. Fino a lunedì… no, devo rivederti prima, assolutamente. Come posso farcela? Ti scopri troppo, ho sete. Devi essermi vicina, se no mi perdo. Creatura gracile e radice dell’Universo! Devo amarti, e insieme capire chi sei.

Una nuova poesia… ma è difficile scrivere poesie, quando si è felici ma troppo lontani dalla fonte, da quel caos eccitante, da lei. Ore, solo ore, per far invecchiare l’immensità di quei minuti. Eppure tutto sembra perfino più oscuro da lontano: in questo momento dovrei poter intuire l’oggetto e il contesto, nel quale tutto ha preso forma, e che ha lasciato un vuoto adatto al nostro miracolo. Eccolo: cucito fra gli eventi, in movimento assieme ad essi, eppure singolare fra miliardi di altri, tutti uguali e morti prima di nascere. Questo invece vivrà per non morire, fino alla fine del mondo. Ma la sua importanza assume forma e significato solo al cospetto di lei, potenzialmente in grado di far germogliare la roccia che porto dentro. Cos’altro posso dire? Se le poesie si potessero scrivere sui sospiri…

26 nov. 04

QUESTO È STATO IL MOMENTO PIÙ BELLO. IL MOMENTO PERFETTO.

 

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lunedì, 14 gennaio 2008
Rileggo il mio diario, che fu scrigno di lotte interiori. E prendo una decisione, dopo averlo lasciato chiuso per anni, brandello di me stesso, ormai marcescente, abbandonato... eppure a volte luminoso in qualche scoppio disperato. Ho deciso di aprirlo, in modo che tu, A., conosca il tuo pazzo amico fino in fondo, e non solo per le sue scarse (e ora sempre più diafane) uscite. Ho deciso di sfogliarlo, fin quando tu non deciderai di averne abbastanza... e tornerai da me. Ed uscirai dai miei sogni.
Questa è l'ultima provocazione. Dopodiché, chiuso.


Il disagio, nel mezzo del cammin di nostra vita, il disagio nel mezzo delle folle di Babele, il disagio frownland. Oggi non era in me, forse? Inebetito dal poco che vedo, mi chiudo forse nell’immorale irragionevole rapporto con estranei, con la fiducia che dovrei avere per me stesso. Respingi/accogli/raccogli i frutti del caso, che mischia i volti e la luminosità, nella costante imperterrita e sensuale lotta della contemporaneità, simultaneamente succede di tutto, un orgasmo di vitalità/mortalità e rischio, con la sicurezza che tutto continuerà almeno per un altro battito di ciglia: sulle labbra la domanda: cosa le starà succedendo? È felice, è triste e sottile? Non posso dirlo, e non tutto posso dire.

27 set. 04


In un’improvvisa, ingenua felicità mi accorgo che tutto ciò che sono è contenuto in una stanza, su un ripiano, e non sono certo un luminare, sono molto semplice e molto ignorante e svogliato. Un’astrazione tutte le convinzioni di essere e sentire e subire più degli altri i colpi dell’esistenza. La depressione in fondo mette gli altri come me davanti al baratro delle verità mancanti, soli in punta di piedi in punta a un vulcano appuntito, ma turbolento è rendersi conto che andiamo (fendiamo) tutti dritti verso … senza neanche una benda sugli occhi vergini, è tutto così crudo. Felicità dimenticate; risorgono situazioni di freddezza e autocontrollo di poco spazio lontane, di poco tempo passate: il viso di un’altra insensato fugge i miei sguardi assorti nell’innocente gioco dell’attesa. Bruttezza e desiderio, bellezza e repulsione!

3 ott. 04


Mentre nasce una nuova chimera, mi tuffo, spaventosamente, inavvertitamente vicino alla Nausea, forse la cerco, la sto cercando: unico appiglio, saldo quanto orrendo e sfigurante. Leggerezza nei gesti, negli occhi le profondità assolute di una limpida innocenza, fra i capelli disperatamente biondi, mi confondo… nel ricordo bianco. Alla voce insicura mi affido e spero, sono accolto nei miei raptus involuti (volute oscure, i princìpi tornano indietro, al contrario generano il non), e lei non s’accorge e lei sorride e lei intimidita e lei e lei. Scrivo, scrivevo, avevo intenzione di scrivere per cacciarla nel cantuccio trascurato, oscurato, ma… oscurarla? Dietro cos’altro, cos’altro ha ormai più valore di ella, ora? Una creatura che ha scorto altre mura, altri mari, altro. Ora tremo negli occhi, confusi, suoi, assetati, velati, nostri, miei, forse. Spero. Voglio ridere d’argento, voglio ascoltare le sue risa argentine, sottili. Sarò così felice.

Oggi rivivo le emozioni dell’ottobre 1969, con la finestra spalancata al tramonto.

4 ott. 04   


Venerdì. Venerdì! Quarantotto ore basteranno a spappolarmi il cuore, irretito, ormai innamorato? L’attesa è un gioco di folli sofferenze, parallele ad assurde speranze di comunicare, scoprire i segreti di quel corpo minuto e spento e triste… gli “attacchi di tristezza” ti scuotono, povera bambina, compagna di sventure: piangevamo assieme e non lo sapevamo! Ma ora oltre il tuo nome, mi stupisco dell’esistenza del resto del mondo, scadente e rozzo. Perché finalmente ti ho trovato, spenta e stanca e commovente in un corridoio, sottile nei tuoi discorsi pieni di grazia, poco tempo fa indescrivibile nella bellezza che soffondi. Ma non c’è poesia che renda giustizia!

Penso, ti disegno col ricordo del cuore: prima gli occhi piccoli, profondi e bellissimi, poi l’incarnato pallido, i capelli d’oro, il collo fragile e lungo, la tua piccola figura, la immagino accanto a me, avvolti nei sospiri più dolci. 

Lei è:
un’altra.

Amo le cose che non hanno parole per poter essere espresse: il silenzio è spesso la cosa più bella da dire. 

Quanto ti vorrei qui!

6 ott. 04


Ondate di retorica, falsità, e cosa posso fare per disincantare il mondo squilibrato?

Chiamami!

7 ott. 04


Oggi di fronte a questa creatura profonda e sapiente e fine. Mi sorprendo molto più debole di lei, forse ridicolo, non sono rimasto affascinato da me stesso, no. Ho pensato alla nullità di questi scritti, non le piacerebbero: a che vale scrivere qualcosa, se poi lei sarà contrariata e stanca davanti alle assurdità e alle maledette faccende che mi hanno imprigionato, fra mediocrità e sensi impossibili, comprensibili solo dallo stupito inebetito sottoscritto. Scrivere, forse, mi aiuta. Ma ora sono scontento di quest’enormità di pensieri grigi e grattugiati, informi e tramontati, devo scrivere qualcosa per gli altri, tutto altrimenti sarebbe un’inutile follia sprecata. Rendere razionale il mio viaggio sentimentale non è facile: il mio sghembo, stentato, chiuso e orgoglioso fiume di bizzarrie, non mi salverà dall’oblio, sarò presto dimenticato. L’attimo si conchiude senza tornare, senza meditare. Fermare l’attimo, descriverlo, è la chiave: per ottenere l’eleganza scultorea dell’Artista. Voglio solo leggere cosa porta dentro questa figurina commovente. Spero mi capirà.

8 ott. 04


L’uomo, nella città, fra i pensieri, ha paura delle stelle e le combatte. Può solo coprire il debole sguardo, però. Nel buio, dal buio, le nostre guardiane ci osservano, ci hanno visti, e dimenticati. Ma noi non dimentichiamo loro, non possiamo. Proviamo a “usarle”, penosamente ci appaiono romantiche, o interessanti, o come strumenti per predire il brutto domani, ma sono esse a svolgere una funzione su di noi. “Quale?” ci chiediamo. Milioni di risposte: … Perché dobbiamo rispondere a tutto? Riposiamo la testa stanca, gustiamo l’angoscia dei Figli del Buio, immobili.

 Ancora torna, un disperato grido del passato, invecchiato negli echi. Ma solo io sto insicuro e rassegnato, in attesa di ciò che non accadrà (un’altra eco). Ho perso ogni riferimento, smarrito per i sentieri di G.

10 ott. 04


Che gioia, rivederla sorridere.

12 ott. 04


Il respiro del primo inverno scuote i miei sensi, aggrovigliati nelle partenze, nelle nuvole cariche, nei pensieri maggiori, negli occhi gai di lei, nel passato remoto. 

13 ott. 04


Ancora disperso nelle parole m’infrango ritratto nella raccapricciante molteplice crepata realtà. Mi fa male in fondo agli occhi. Boriose accecate persone gravitano attorno a falsi coiti, perdono parole costruiscono frasi sull’ovvio e sul trascurabile. In moto, in processione verso la vanità della notte.

16 ott. 04


Già tutto diventa leggenda, per effetto del cuore: una sconclusionata e tenue passeggiata per questi Sette Colli, in luoghi, negli stessi luoghi di profonda amarezza, rapiti dal giorno assolato eppure velato da un’impercettibile senso di caducità… infatti il sole va presto a nascondersi, ti porto in libreria, ti adoro sempre più, vicino, sbigottito, improvviso malamente, e tu mi sorridi, giochi con le parole a indovinarmi… tutto è già leggenda e non può che essere passato, ma felice, bel passato. Domani, ancora sarà, domani. Abbandoni ancora le care viuzze bianche, spero per amare le larghe rive del fiume, le strade del Piacere, me. 

Ho in mente: l’ultimo istante in cui l’ho vista, deluso, pronto a rincorrerla.

17 ott. 04


Muoiono subito le speranze, non c’è spazio per me, il mondo mi rifiuta. Respiro ancora e mi chiedo perché. Non voglio più vivere. Quanti battiti nel nulla! 

Non c’è molto da fare. Solitario

18 ott. 04


…ma non posso non considerarmi fortunato. Perché vederla è felicità e riposo dello spirito, parlarle è panacea, baciarla è un’unica fortuna… oltre c’è il Paradiso.

20 ott. 04


Ottobre piovoso anche quest’anno passi e irrigidisci il cuore. Passa, scorri via.

Tetro mese di grigi rifiuti, lei evita il contatto, ha capito, è finita. 

Senza respiro, immobile, col muscolo potente del sangue impazzito e le lacrime che non scendono, sto, banale amante dell’estetica, tragicamente antiestetico. Mostro impazzito, coatto nel decorso. Non sono ragione di vita altro che per il mio ammasso organico, con disprezzo per se stesso e per il gene della bellezza. Mostro

Ragioni di vita: senza

Ioe . . . . . . gli altri esseri umani

La creazione viene tutta dalla disperazione e dalla noia.

19 ott. 04


Ora c’è noia. Si vivacchia senza troppo pensarci. Ieri, nelle ore buie. Però: un assalto confuso, tragico, le prime linee vengono sacrificate, immolate, per me. Assalto confuso, l’idea di morire soli, lisci e inadatti, e con le ombre cancellate dal gigante notturno. Ogni mia orma pulita dal mare, si va silenti verso l’Uscita. Respira. Tutti devono, prima o dopo. C’è il momento del pensiero danzante, sulle distese oceaniche, sui piccoli eventi stupidi, agitato, “…domani non su me non sorgerà l’astro che riscalda!” sugge nei momenti finali quel che avrebbe dovuto accadere, e invece… che delusione. Fitto il cuore ribelle, sputa sangue sui buoni sentimenti, ancora vuol bere, tracannare voluttà! da un’altra bocca l’amore desiderato e struggente, frutto divino proibito eppure, quanto e quante volte sospirato! Ora il relitto corporale sta per lasciar libero e impotente questo singulto fatale, morso anch’esso dalla voglia di rivalsa. Averle confessato il mio tenero ardore…! Ma il tempo esige il suo riscatto, abbandónati, làsciati spingere nel burrone, dai parenti che soffocano il letto… l’amarezza dipinge il suo ritratto sul volto: “neanche la liberazione del delirio mi soccorre, nessun appiglio, nessuno slancio finale. Io ch’ero poeta, me ne vado banalmente, completo solo nella tristezza!”

25 ott. 04


Le ombre futuriste s’accavallano in ritmi quadrati e mobili, pulsanti… Non badano al confine, la loro arte è davvero libera e, paradossalmente, incondizionata.

(senza data)

 

Questo è un diario. Non lo tengo perché altri possano leggerlo. Non è letteratura, non sono in grado di scrivere nulla che faccia davvero parte della bellezza. Il bello non è in queste pagine, e io mi tuffo in questa brutta, ammaliante, pazza descrizione di ciò che sono. Senza rimorsi vomito sulla lingua italiana, sulla sintassi, sull’eleganza. Appartengo a quest’accozzaglia come essa appartiene a me. È un tremendo punto di riferimento, probabilmente sconclusionato, errato. Ma profondamente mio. Pensavo: sono assolutamente trasparente; non si sta male in solitudine, è solo molto eccentrico… 

27 ott. 04


Chiamarmi fuori dalla vita.

28 ott. 04

 

Il cielo di questa fine di ottobre, così nordico, morbido e sereno (se ne sta per conto suo…) in fin dei conti abbastanza altezzoso e bello… where is the show?

Claude Debussy: il Chiaro di luna, sublime improvviso e commovente, m’apre il cuore… lo dedico alla mia tragica vita, i caratteri si sfigurano, le lacrime, le lacrime. Per te. Ascoltarlo abbracciati, per scaldare i corpi dei reciproci respiri. Rimanga qualcosa! Muoio nel ghiaccio, indifferente e orgoglioso.

29 ott. 04


Sorpresa e commozione di fronte a uno dei riti sociali (un battesimo), sorpresa e commozione nelle parole di un poeta e musico (De André), sorpresa, nel ritrovarmi preoccupantemente commosso di fronte a ciò che per molti significa poco. Queste lacrime trattenute dall’orgoglio rivelano uno stadio infantile, spostano i dogmi oltre le insicurezze dell’estetica, li spingono, li ricacciano dove è buio, e… “snap” le ossa si spezzano senza eccessiva difficoltà: fratture multiple, frullato di materiale organico umano, così possibile! Il mio collo cedeva all’urto di 24 ore fa come io cedo ai misteri che possono essere accettati solo con l’ottusa rinuncia al cogitare, con l’accettazione della fede. E tuttavia non vi rinunzio! Devo vedere sotto questa schiuma, reagire con forza, all’imponenza di questo complesso edificio, sull’orlo del crollo. Questa attuale condizione limita la potenzialità, pur bassa, della mia fermezza speculativa. Piango sopra tutto. Divento rigido e fratturato, crollo! Un giorno, quello scorso, ma oggi anche, domani sicuramente, sarà quello della fine, e, al solito, del tutto impreparato piegherò le palpebre un’ultima volta. Abbandono ottobre nell’angosciosa noia, fatale e imperiosa, grande e zelante, sicura e puntuale. Come la sorella, omozigote, ma senza falce.

Tutto è certo. Diabolico.

31 ott. 04


Tutto richiama i suoi occhi castani, immersi nel caso, da me blandamente imitati. All’ennesimo delirante pensiero sconfino, dentro a ciò che naturalmente è progettato per rimanere all’interno. La sordida vita del operaio-uomo mi si presenta, squallida e inevitabile: un elemento all’interno del gran calderone non può mai turbare la quiete violenta e irrefrenabile dell’Entropia. Pensi bene di elucubrare, fra depresse e compresse e complesse malinconie, le futilità invereconde del decorso inumano che è l’esistere in pace nel fracasso urbanizzato dei testimoni di un’epoca. Deragli poi affranto per non incappare in eccessivi istinti autodistruttivi, ti consoli leggendo la favola di un genio, morto suicida in una scatola di legno, rimpinzato di merendine e musica e immagini di uno spettacolo postumo, inciso su DVD, fra vacanze e territori desolati, mendicando sogni. Seguendo la direzione del tuo naso, finalmente! – il richiamo. Isolato fra blateri, indovini, eccoli, quegli occhi, la loro mancanza. Estasiato-sbigottito, li senti, lo sai non sono per te. Segui, insegui, ma le “self-evident truth” sanno manifestarsi e tutte le turbe perdono senso: una volpe affamata, dice: “istinto di riproduzione”, qualcun altro, un ignobile sentimentale, illanguidisce mentre le labbra sussurrano: ”amore”… amor perduto, in ogni (spiacevole) caso. Lascio riposare il mio Gulliver, Sir. Buonanotte.

1 nov. 04

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venerdì, 11 gennaio 2008
Ecco. Questa è una novità.
Questo è un po' meno nuovo.

Ci sono altre cose che davvero non vale la pena ricordare, in un futuro incerto come quello che mi spetta.
postato da: HalberMensch alle ore 23:28 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 08 gennaio 2008
Residents - The Mark of the Mole   (1981)
Sonic Youth - Daydream Nation   (1988)


Devo scrivere anche io le mie memorie, prima che sia troppo tardi.
Cazzo, cazzo e cazzo!
postato da: HalberMensch alle ore 22:03 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 29 dicembre 2007
Battles - EP C / B EP   (2006)
Caribou - Andorra   (2007)
Giant Brain - Plume   (2007)
Eddie Vedder - Into the Wild   (2007)
Jens Lekman - Night Falls Over Kortedala   (2007)
Panda Bear - Person Pitch   (2007)
Guillermo Gregorio - Approximately   (1995)
Bennie Maupin - Jewel in the Lotus   (1974)


Il male, in un'immagine.
Il colore del male è l'ocra.
postato da: HalberMensch alle ore 20:20 | Permalink | commenti
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domenica, 23 dicembre 2007
Andammo avanti per un po' di tempo in silenzio, guardando la bella morte di un altro dei nostri giorni.

(A. Huxley)

La mia voce in bilico. I miei occhi inaridiscono. Ho ascoltato di nuovo.
postato da: HalberMensch alle ore 22:09 | Permalink | commenti
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sabato, 22 dicembre 2007
Le forme nette degli alberi, tesi verso il cielo, grigi e rinsecchiti
sfidano
i profili delle case schierate.
Un'ondata funesta di nubi e ferro governa la volta raggrumata del paradiso.

Da giorni attendevo: sedere qui, anche soltanto per qualche minuto,
senza desideri né cure. Semplicemente ho atteso
per poter aspettare in pace il tempo che non usura.
Esserne intriso.

Mi dicono che qui, nell'aperto di tante mie dispersioni
si svolge la decisiva battaglia. Pare incruenta, senza espressione.
Si tratta d'un conflitto libero, privo d'idee, fedele alle stagioni e alle età:
mi arruolai, involontario, e mi scannarono almeno mille volte.

Per riaverti indietro siederò su questa panchina,
in un parco, tra gli alberi, e conterò gli anni.

Al tramonto il mio turno di guardia, al mattino gli assalti suicidi,
nel mio letto malattie virali ed amputazioni.
postato da: HalberMensch alle ore 22:36 | Permalink | commenti
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giovedì, 20 dicembre 2007
N o n   a i   m o r t i ,   m a   a i   f e r i t i !
postato da: HalberMensch alle ore 08:53 | Permalink | commenti
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mercoledì, 19 dicembre 2007
Chris Stassinopoulos - The Rythm of Cosmos   (2007)
Morgan - Da A ad A   (2007)
Dmitri Shostakovic - The Jazz Album   (1934-38)
Daniele Luttazzi - Money for Dope   (2005)
Bruce Gilbert - This Way to the Shivering Man   (1987)
Colin Newman - A-Z   (1980)
Ossatura & Tim Hodgkinson - Dentro   (1998)
György Ligeti - Hamburg Concerto for Horn & Chamber Orchestra   (1972)
György Ligeti - Double Concerto for Flute, Oboe & Orchestra   (1969)
György Ligeti - Requiem for Soprano, Mezzosoprano, 2 Choruses & Orchestra   (1965)
Magnus Lindberg - Aura, in Memoriam Witold Lutoslawskij   (2000)
Don Cherry - Mu (Part 1 & 2)   (1969)


Karlheinz Stockhausen vive ancora, nelle onde corte.
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lunedì, 17 dicembre 2007
Voglio bene ai miei nonni. Oggi con loro sono stato felice.
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lunedì, 17 dicembre 2007
La sogno.
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lunedì, 17 dicembre 2007
Faccio e penso cose molto cattive, ma senza la cattiveria che ci si aspetterebbe. Sono freddo, invece. Una macchina imperfetta. Non mi vedrete mai piangere. Mi sentirete parlare sempre meno.

Un frammento, di cui non ricordo la provenienza:
 "a quell'epoca c'erano soltanto i miei sogni, e non si parlava al passato".
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venerdì, 14 dicembre 2007
Sto cercando il momento giusto per scriverla, questa cosa dolorosa ma necessaria. Davvero non c'è più nulla, e non c'è altro da dire.
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mercoledì, 05 dicembre 2007
Don Cherry - Brown Rice   (1976)
Don Cherry - Art Deco   (1988)
Food - Veggie   (2002)
Carla Bozulich - Evangelista   (2006)
Slipknot - Mate. Feed. Kill. Repeat.   (1996)
The Black Heart Procession - 2   (1999)
Tibor Szemzõ - Relative Things - Selected Soundscapes   (1994-97)


                                Puzzled.

            Sto
                  perdendo
                                   tutto


                                                    Rincorro
                                      Aspetto
mercemercemercemercemercemercemercemercemercemercemercemerce
faticafaticafaticafaticafaticafaticafaticafaticafaticafaticafaticafaticafaticafatica
passatopassatopassatopassatopassatopassatopassatopassatopassatopassato

                                                  radici                     radici
         radici               
                                   cadavere                      radici               radici
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sabato, 01 dicembre 2007
Mi desto con il bianco del soffitto nello sguardo,
nel mio cuore i tuoi occhi fanno fatica a svanire.

Erano belle le giornate in questi paesi di lana
erano deserte le attese, le stanze. Il cielo era un deserto.
Il sole era cavo e lo riscaldammo con l'alito.
Erano i riflessi della brina, forse, a circondarti di luce.

Devo parlarti nel mezzo della notte.
Quando poche, spietate parole trafiggono l'aria
e oltrepassano la trincea del silenzio. Aspettano lì,
fino al più malinconico dei mattini.
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lunedì, 26 novembre 2007
John Luther Adams - In the White Silence   (1998)


"C'è un certo equilibrio nell'inquietudine"
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sabato, 24 novembre 2007
Volcano! - Beautiful Seizure   (2005)


Sì, lasciarmi trascinare da un bel disco, nuovo nuovo... rimandare a dopo una riflessione.

Rimandare; riposare... no, non potrei. Mi sento braccato, è necessario correre. E rielaborare, dare forma, rendere coerente la mia fuga. Senza diventare arido, se è possibile.

Paris change! mais rien dans ma mélancolie n'a bougé!


Certo, Charles. Io darò fiato al discorso che hai lasciato in sospeso, e manterrò salda la mia integrità, la fonderò nella dialettica crescente, nel cemento armato della speculazione. La ricerca è una missione precisa e costante, che non ammette la volatilità disperata, la disperazione volatile del cuore. È necessario tradurre tutto questo disordine secondo il rigido canone dell'eleganza, dell'Opera d'Arte. Le nostre emozioni appaiono - almeno sopra il pelo dell'acqua - tutte simili, raggrumate in una dozzina di fogge. Sono oggetti intangibili e banali. Trarne arte è difficile, pochi riescono. Guadagnando tempo con riverenze e giochetti di prestigio che tutti conoscono, si prova ad riciclare.
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giovedì, 15 novembre 2007
I passati remoti si sono spenti nel rio dell'hic et nunc.
Del resto, per quanto possa risultare folle - sicuramente un annoiato gioco del destino - alcuni di quegli incendi sembrano ancora riflettersi sui finestrini. Le accelerazioni folli di questo ventre meccanico mi riportano al presente, il finestrino si abbassa e il vento entra in scena, più gelido che mai.
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mercoledì, 07 novembre 2007
Einstürzende Neubauten - Alles Wieder Offen   (2007)
Pavlov's Dog - Pampered Menial   (1975)
Pavlov's Dog - At the Sound of the Bell   (1976)
Captain Beefheart & his Magic Band - The Mirror Man Sessions   (1971)

Elizete Cardoso - Elizeth Cardoso   (1957)
Antônio Carlos Jobim & Vinicius de Moraes - Orfeu da Conceição   (1956)
Barden Powell & Vinicius De Moraes - Os Afro Sambas   (1966)
Toquinho e Vinicius De Moraes - Sao demais os perigos desta vida   (1971)


Dove ritroverò quel sapore, se non nel sangue? Quello che sgorga dalle labbra, quello di cui sono dipinte le tue labbra.
L'odore dolce della pelle, della cascata obliqua dei capelli. Quello potrò ancora immaginarlo sui vestiti che indossavi, sui vestiti che hanno ravvolto i nostri abbracci.
I colori non li riavrò: sono tuoi, rimarranno con te. Il volto che possiede i tuoi tratti lo guardo muto e sereno, da molto lontano.
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martedì, 06 novembre 2007
Samba da Benção

Samba da Benção
(Vinícius de Moraes)

É melhor ser alegre que ser triste
Alegria é a melhor coisa que existe
É assim como a luz no coração
Mas pra fazer um samba com beleza
É preciso um bocado de tristeza
Senão não se faz um samba, não.

(falado)
Senão é como amar uma mulher só linda; e daí?
Uma mulher tem que ter qualquer coisa além da beleza
Qualquer coisa de triste, qualquer coisa que chora,
Qualquer coisa que sente saudade.
Um molejo de amor machucado,
Uma beleza que vem da tristeza de se saber mulher,
Feita apenas para amar, para sofrer pelo seu amor
E para ser só perdão.

Fazer samba não é contar piada
Quem faz samba assim não é de nada
O bom samba é uma forma de oração
Porque o samba é a tristeza que balança
E a tristeza tem sempre uma esperança
De um dia não ser mais triste não...

Ponha um pouco de amor numa cadência
e vai ver que ninguém no mundo vence
a beleza que tem um samba não
Porque o samba nasceu lá na Bahia
e se hoje ele é branco na poesia
se hoje ele é branco na poesia
ele é negro demais no coração


Samba della benedizione

E' meglio essere allegri anziché tristi
L'allegria è la miglior cosa che esiste
E' come una luce nel cuore
Ma per fare un samba con bellezza
E' necessario quel tanto di tristezza
Altrimenti non si fa nessun samba, no!

(parlato)
Altrimenti è come amare una donna che sia solo bella,
Una donna deve possedere qualcos'altro al di là della bellezza
Un qualcosa di triste, un qualcosa che pianga
Un qualcosa che provi saudade
Un oscillare di amore ferito
Una bellezza che proviene dalla tristezza di sapersi donna
Fatta solo per amare, per soffrire per il proprio amore
E per essere solo perdono.

Fare samba non è come raccontar barzellette
Chi fa samba in questo modo non vale niente
Il buon samba è una forma di preghiera
Perché il samba è la tristezza che oscilla
E la tristezza ha sempre la speranza
Di non essere più triste un giorno..

Riponi un poco di amore in una cadenza
E vedrai che nessuno al mondo supera
La bellezza che possiede il samba
Perché il samba è nato a Bahia
E se oggi è bianco nella poesia
E se oggi è bianco nella poesia
E' completamente nero nel suo cuore
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venerdì, 02 novembre 2007
Flebili momenti di serenita` dentro questa accozzaglia romantica di palazzi e ossa e ferro. Berlino, ai miei piedi, chiede tregua. Siamo sfiniti, sventrati, ciechi, vecchi; la nostra battaglia pretende sangue e frenesia, ma restituira` una ben nota ricompensa. Non possiamo dubitarne.
Ci stiamo guadagnando la noia a palmo a palmo.
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domenica, 28 ottobre 2007
Hörst Du den Krach
der schlagender Herzen?

...

Aufstehn/Hinlegen
Verbrannte Erde
Ich steh auf Viren
Ich steh auf Chemie
Aufstehn
Abstürzen
Einstürzen
In die Luft sprengen
Krieg unter Autos
Ich steh auf Feuer
Ich steh auf Rauch
Ich steh auf Krach
Ich steh auf Steine
Ich hol dich nicht raus
Ich steh auf Zerfall
Ich steh auf Krankheit
Ich steh auf Niedergang
Ich steh auf Ende
Ich steh auf Schluß
Ich steh auf Aus
Ich steh auf Hölle
Ich steh auf
Ich steh auf Niedergang
Ich steh auf Ende
auf Ende / auf Ende
auf Schluss
Ich steh auf Rausch
Ich steh auf…

...

Halt mich fest
in der Morgendämmerung.
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sabato, 27 ottobre 2007
Il valore della vita cambia istante per istante.

Il valore della vita cambia istante per istante.

Il valore della vita cambia istante per istante.

Se non avete capito, rileggete.
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venerdì, 19 ottobre 2007
Beh, ok.

David Firth ha fatto un nuovo episodio di Salad Fingers.

Amici miei, se l'aridità (almeno occasionalmente) non mi accomuna al resto del genere umano, il merito va a voi.
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martedì, 16 ottobre 2007
Senza fiatare, come sempre, guardo Ottobre mentre divora la vita e viene divorato dal tempo.
postato da: HalberMensch alle ore 08:53 | Permalink | commenti
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sabato, 13 ottobre 2007
Neuschwanstein - Battlement   (1978)
Techno-Animal - Ghosts   (1992)
Mark Ronson - Versions   (2007)

"No, no, grazie... a me la democrazia non interessa!"




Le cose procedono a caso. E davvero, non sono io a tirare il dado o a lanciare la moneta.
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domenica, 07 ottobre 2007
Maurice Ravel - Bolero   (1928)
Maurice Ravel - Ma Mère L'Oye   (1911)
Maurice Ravel - Concerto in Sol Magg. per Pianoforte e Orchestra   (1931)
The Doors - The Doors   (1967)
David Bowie - The Man Who Sold the World   (1970)
Cream - Disraeli Gears   (1967)
The Specials - BBC Sessions   (1979-83)
The Kinks - Are the Village Green Preservation Society   (1968)

Viaggiando. 1200 chilometri.
postato da: HalberMensch alle ore 22:22 | Permalink | commenti (3)
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