Penso a lei ed è come gettare il cuore dentro al Buio e provare tanta paura da star male, come un dolore da soffocamento, come un vomito di veleni. Sembrava così bello e dolce… invece ho trovato il Male.
8 gen. 05 (inizio)
Nebbia ovunque, al mio interno, sulla mia superficie, nel chiuso, nel mondo. Solo oltre, nel vuoto spinto cosmico, forse c’è uno spiraglio-voragine senza fine. E pentimento ovunque, e desiderio ovunque, e voglia di rivedere i suoi occhietti impossibili da immaginare, creati solo per me. Si rifà viva, infine, ed è una carezza quasi fredda. È tutto nascosto dentro lei. Una gestazione abnorme, questo mostro-sentimento. Non vuole manifestarsi… forse per non morire. Beh, di nuovo la aspetto, per un’ennesima insignificante buonanotte, con gli incubi che schiumano sotto il letto. Ma credo ci sia un senso, laggiù, dove ora non si può vedere. Rovinerebbe qualche sorpresa, o forse neanche una… dio, quante cose in continuazione!
Nuova nebbia già noiosa, scoppio dalla voglia di togliere le tende, come si fa a perdurare in questa trincea di odi sottili e disprezzo malcelato? Meno male, la musica la ritrovo lì, a schiaffeggiarmi se necessario. Molte ore solo con lei, mai un tradimento…
Rimane poco da dire. È questa maledetta nebbia… torpore, qualche ago punge il mio corpo (gli occhi e la schiena).
Ah, pensavo: qualche anno e ‘sti pezzi di cose non serviranno più a nessuno! Provate, provate a trovare “il manoscritto”, ah ah! Beh…
Ventiquattro ore. E poco entusiasmo…
8 gen. 05
Breve è il tempo, non si può corrergli dietro. Ed eccola, che torna, è qui a Roma, di già. Quanta insicurezza, quanta imprecisione… vorrei l’estasi… non ci va mai di regalare nulla si torna sempre a parlare di cose morte, e quali volte, solo per me, che si schiudono veloci… si compra sempre troppa solitudine nei giardini oppiacei, demenza senile, e sfasamenti continui, di famiglia, ma non. Sarà forse troppa salvezza a turbare le membra e le mentalità dall’azzurro fino al mare. Ci si spaventa dentro in tutti noi, dietro al sipario nulla si nasconde, cosa si scrive è la mia vita senza senso vari caratteri al secondo senza ordine, no? Rumori e salti, piombi a sprofondare il palco, un palco tra tanti che potevo non scegliere… arriverò mai a… Sicuro che no. Già li ho passati, questi tempi, quando ancora non c’ero, forse perché me li immaginavo da fuori, fino alle ginocchia ammassato al panorama in un deserto freddo, al sole che non sa se nasce o muore, il cielo che tutto è meno che azzurro, è tutto che non so se è bello o no, so che mi fa piangere. L’estasi che volevo era anche questo. Rumore dolce, il corpo. Movimento. Cellule, Ripetizione. Chiusura dell’inizio. CUT – UP.
È tutta una cornice, questa esistenza, esaltata, ma non esaltante. Concettualità sopraffine, chinate al rapimento del mio cervello. Non so suonare una sola nota tutta la notte… qualche parola che può salvare! Le cerco, le cerco, dove non servono le parole. Ma io chi sono?
A.
9 gen. 05
Cosa spero di arrivare ad ottenere? Anche con tutto l’impegno, mi manca la scintilla della praticità. Ho tanto cuore e poco cervello.
Come se fosse rimasta laggiù, è ancora lontanissima. Non mi vuole bene. Ma non è colpa mia, se così stanno le cose, è meglio che la lasci perdere. Meglio che mi lasci perdere. Macché. L’ho chiamata… che sensazione strana risentire la sua voce. Ho perso ogni pensiero, e vivo così come viene, a casaccio. Ma non fa differenza. Certo, che mi fa schifo.
10 gen. 05
Mi ha accolto senza un sorriso, come mi aveva lasciato. Mi sono chinato su di lei, le ho detto “Ciao”, l’ho baciata sulla guancia morbida, una volta. Allora si è sforzata in un sorrisetto torbido, ma non si è mossa. Proprio come se nulla fosse accaduto, ha continuato i suoi studi accaniti. Poi, altre due o tre situazioni. “Belle scarpette, che hai!”: le sue scarpette rosse da Dorothy… le stesse reazioni, orribili. Le ho restituito i libri: ora non ho nulla che le appartenga. Ha allungato, dopo molte ore, la mano gracile verso di me, con un foglietto piegato tra le dita… non ricordo cosa mi abbia detto. Ma è lo stesso, no? Si trattava, l’ho visto poi quando me ne sono andato da solo verso la fermata: l’autobiografia in evoluzione… blog…vuole che manifesti a tutti le mie emozioni? È la prima idea stupida che ho mai sentito da lei, se è vero che lei “mi conosce”. Ascoltandola, al telefono, qualche imbarazzo, nessun pentimento, è amarissima. Sono stordito.
11 gen. 05
È ALOE. Un brivido d’amarezza, persistente, nella bocca che si piega nel disgusto di una novità spropositata.
12 gen. 05
Il suo tono è piano, non sente minimamente l’emozione che io cerco di tappare sulle mie parole. Pare quasi comprensiva, una madre che ascolta le lamentele del bambino con aria distratta… quanto mi sembrano lontani quei ricordi di esultanza e fiducia, che pure sono indelebili. Perderla in questo modo, nella normalità della normalità, è una sconfitta inaccettabile, un rifiuto cosmico alla mia vita. E so anche che sono stato io a sbagliare, rimanendo nella mia sordida zona grigia. Mi detesto, e per recuperarla, dacché sono scivolato (o forse lei è scivolata) lontano, devo essere forte come mai sono stato, devo essere eroico, devo essere Dio. Perché lei non sente il bisogno di avermi accanto, di ascoltare la mia voce solo per gustarne il timbro, di contemplarmi anche quando non ci sono (come io faccio per lei, da molto tempo). È egoismo, questo. Voglio amore. Amare, anche, certo, per essere amato, Cristo! È egoismo, questo?
Spaccherei tutto a pugni! Io voglio VIVERE. IO VOGLIO CHE LEI MI AMI. Perché non lo fa? Parlo da solo ormai. Va tutto così a puttane!
Alla tua volontà. Sebbene io amo te.
13 gen. 05
Sono stanco e, benedetto il cielo, posso poggiare la testa sul suo spirito, che mi ritorna vicino. Le consegno quello che ho potuto spremere dal mio cuore secco: poche parole catatoniche. E se lei mi è riconoscente, io quasi le devo la vita, non per le lunghe ore di studio, in cui ho potuto notare solo la sua freschezza intellettuale, e l’arido respiro che mi rivolgeva. No… invece in quei brevi istanti al telefono, in quelle frasi che, da ruscelli spontanei, si aprono in Mare, lei mi dice: “Tu sei sempre così… carino, io invece…”. L’abbraccio con tutto me stesso, e più la stringo, più la posso respirare, come fosse salsedine… A.
14 gen. 05
Le sue origini. La Sicilia, l’ha raccolta. Una terra di dissidi… il suo è un cognome sporco di mafia… perché? Sono turbato. Dall’ipocrisia dell’avere, dalla sua grazia che stride ferocemente col resto del mondo. La ricchezza materiale dona all’uomo una dimensione di gaiezza che non conosco; pure so che in essa alcune delle menti più feconde sono sbocciate. La prima generazione di arricchiti delude tutti, ma nell’aristocrazia, innegabilmente, si distinguono i migliori, magari velati, segreti. La cultura tutta è loro. Non c’entra la possibilità di raggiungerla, ma di potervisi dedicare integralmente, senza le preoccupazioni e le disgrazie che sento passare, sfondare, annodare queste pareti, che si tengono in piedi con la colla delle doppiezze e dell’ignominia. E qui lo sento, mi ammalo. Lei, per destino, ha goduto, s’è riempita gli occhi e la testa di Bellezza e regalità, è in grado di ragionare. (Quel biglietto, scritto su quella stessa carta azzurra, conteneva le sue riflessioni, il suo specchio, nella sua mente, dentro quelle curve criptate con l’inchiostro… i dubbi inutili e le certezze false dell’esistenza, per rincorrere un palloncino ormai alto in cielo.) Il vezzo ed il privilegio dell’astrazione da quello che è vero e da quello che non lo è, ci è comune, se pure gli ingranaggi dei rispettivi mondi d’appartenenza continuano indipendenti e inallacciabili.
Lei ha un profumo che posso percepire. Anche ora che non c’è. È fresco, è diverso da tutti gli altri, e mi avvince, anche nel tetro degli ultimi incontri. La gente normale non può capire, disprezza le persone come noi. E io, per primo, devo migliorarmi, ho ampi margini… se solo l’età non mi devastasse… l’evoluzione è lenta, non si vede, ma spero ci sia. Credo quasi di vederla, rileggendomi. Nella vibrazione di una corda di chitarra; in una bottiglia di liquore; nell’inchiostro di una penna si riassume tutto il significato: la vita vuol dire tutto!
15 gen. 05
Stabilmente, tutto è fermo, e scorre solo quel tempo assassino che è sordo e non può subire le mie ingiurie. L’Anonima. Oggi la rivedo col cuore mezzo vivo, sporge lo sguardo su di me (o mi confonde il mezzo battito?) e io su di lei, incasellati entrambi nelle nostre sbarre invisibili. Pensando, le parlo forte e disinvolto. Che mi abbia sentito, dopo questi anni veloci e fangosi? Me la ritrovo, fuori dalla porta, quasi aspettandomi. Un attimo, l’incontro dei nostri occhi, l’attimo dopo mi sento braccato da demoni e guardiani, fuggo. No, neanche un innocente sorriso c’ha aperto la strada. È tutto stabile, in cento o mille anni, rimarrà tutto così… ah, le avrei parlato, se il fiato non mi fosse stato mozzato via in un secondo, lì, nella confusione di due attrazioni contemporanee. Continuo a pensare che non ho mai deluso nessuno, e tutte le donne che ho amato, hanno plasmato il mio cuore a forza di ferite. Tutte. Sono troppo sensibile e troppo apatico, narcotizzato, chissà da cosa. Sento come se non dovessi sopravvivere di qui a un mese, e sono tristemente (da fuori) freddo (da dentro) dinanzi a questo evento, la mia fine m’è indifferente, un oggetto comune nel mondo impazzito, di fatto, oltre ogni follia, anche la più avanzata e progredita; praticamente oltre ogni fascinosa e morbosa attrazione per l’avanguardismo, laddove ci si stanca necessariamente e comincia ad ammalarsi la testa.
Almeno so che lei scrive, per sé. Piccola. Impressionante creatura.
Devo ritrovare dei COLORI!
16 gen. 05
Fine II decennio. Non significa nulla. Era già passato nove mesi fa. Stupida burocrazia.
Scaricherò l’elettricità che si è accumulata nel mio corpo. Passo senza che nessuno lo noti.
Nonsense, candore, fuga. Bleah…
Cosa vorrò mai dire? Quello che vedranno i miei occhi esiste già.
Vorrei tanto che lei scrivesse qualcosa per me.
17 gen. 05
Ci allontaniamo, quasi senza accorgercene. E se io timidamente faccio capolino nelle sue giornate radiose, lei mi trascura senza remore. Starei molto male, se non riconoscessi anch’io che manca una base solida, un’attrazione profonda. In lei riconosco una ragazza formidabile, forse quella che più si è avvicinata al mio ideale (e ai miei segreti), ma sono quasi sicuro che non è lei, perché vivo ancora in una disperazione relativamente mascherabile… ora piango, ho perso il mio Nord, ma, per la prima volta, attendo. Mi lascio attraversare dal tempo, ché mi porti lui la direzione da seguire, che non si discosterà, sicuramente, da quella fatale.
Ho pensato di voler leggere e scrivere. Anche, ho pensato che per ogni parola scritta, ognuno ha bisogno di centinaia di altre, strappate dalla concentrazione e dalle esistenze proiettate nel futuro di chi ha scritto quelle stesse fonti, e così via, fino al primo segno, fino alla prima orma capace di raccontare una storia, di dominare un sentimento nel segno. Di quante letture dovrò nutrirmi, prima di essere in grado di vomitare al mondo di domani il mio pensiero odierno? Servirò a qualcuno? Non lo so. In primo luogo, e soprattutto, questo esercizio di trasmissione serve a me stesso, per sopravvivere. Lei aveva ragione. Si tratta davvero di “un bisogno esistenziale”, sento che prescinde da ogni altra spiegazione logica.
Ieri, l’ho rivista, l’Anonima. Coi suoi occhi scuri e affascinanti. Mi ha evitato accuratamente, mi ha fatto incazzare.
Oggi dimostra (ce ne fosse il bisogno) di eccellere in tutto, di primeggiare come un’eroina, come una destinata a far grandi cose. Dapprima fui preso da sdegno, al suo ennesimo rifiuto, l’ho maledetta, ingiusta ed ingrata. Ma ora mi sento così poco coinvolto che non sento il minimo bisogno di rispondere al suo messaggio (usciremo sabato, per evitarle una giornata in campagna coi suoi). Le nostre linee sono parallele, sono sereno, e sono distanti. Ma se lei si accorgerà di me, la rifiuterò, come ora lei, altezzosa e piena di meriti, ma indegna. Appare evidente che non s’accorgerà di me, secondo ogni logicità, immancabilmente plasmata sulla mia angustia.
Ma ora nulla sento, una leggera, momentanea soddisfazione.
19 gen. 05
Il tempo mi strappa via i capelli, le iniziative, l’infanzia e la felice ignoranza del bambino che ero. Divento vecchio. Faccio rotolare i miei stati d’ansia, li calcio come fossero barattoli, e li studio… come qualsiasi oggetto (come moltissima gente), dopo poco sai tutto su loro, la loro forma può modificarsi, può piegarsi, la sostanza rimane quella, non c’è scampo. Dei barattoli non rimane che una tagliente, fastidiosa palla di latta, ormai. Impenetrabile. Impossibile pensare di andare avanti, senza tagliarcisi. Eppure pareva un ENORME problema, su cui ci si può adagiare per decenni indisturbati, avanzando (incerti, è ovvio) verso le Vette della Ragione. No. Finito. Oltremai. La Filosofia qui non c’entra, tantomeno l’altezzosa sicurezza di chi ne scardina le radici ogni cinquanta–cent’anni. È frustrazione in tutti i posti.
Il vero problema è CAPIRE, non SAPERE. Per questo motivo rimangono fuori da ogni utilità gli studi sull’Essere. Si tratta di una fulminazione (neanche un’intuizione!) che proviene dall’oppressione maligna di una vita-delusione, dall’incartamento, dallo stallo dello spirito, dalla Sehnsucht, dagli Spleen.
Tutto avvilente abbastanza per rimanere indifferenti alla catastrofe generale. Rinvii, posticipazioni, dopo, dopo. Così si sistemano le cose.
Sono limitato a livello cognitivo, non riesco ad imparare… la mia corteccia è dura, non passa più nulla. L’intelligenza è un dono che mi manca terribilmente, ora che ne riconosco la grandezza.
21 gen. 05
I suoni di una colazione consumata trentacinque anni fa attraverso quest’aria flaccida, queste orecchie di gomma, questo cervello malato… è un antico piacere, un rito che deve ripetersi. Immagino di svegliarla così, talmente dolce, quella mattina. Ed è commovente, è straordinario. Qualcuno deve averci già pensato. Ultime gocce d’amore folle.
22 gen. 05
Non sto male. Lei è di nuovo via, giù nelle sue case ricche, poi volerà ancora più lontano, Parigi… Ieri, era solo ieri, fra le vie di Roma sconosciute, dove mi perdo e perdo tutto me stesso due volte, ascoltandola, lei amata, lei amante. Il mio mutismo non era affascinante. Pessimi interventi, senza sapore. Trascinavo in giro solo il corpo, lo riempivo delle cose che accadevano, forse solo in cerca di ricordi. Del tutto impreparato a vivere. E difatti non c’è stata vita che prima, nell’attesa snervante e dopo, nel rimpianto e nella constatazione di un altro fallimento, elencando frasi dolcissime solo per lei, che ormai non c’era più. Ora inseguo un ozio pericoloso, in ciabatte tra le ore e i libri e la musica e a pranzo e a cena vai a dormire che è tardi. Ho sentito parlare del silenzio, quel rispetto e quell’indiscrezione che nasconde l’evitare che accadano i rumori. Neanche nella camera iperbarica, si riesce a vincere: ascolti sempre almeno due cose: il battito del cuore; lo sfrigolio elettrico dei nervi. Il silenzio che le ho donato (la mia presenza è stata perfettamente inutile)… forse era l’unica sincerità. Mi ha raccontato cose buffe, cose anche meno buffe, mi ha detto cose di cui rimango turbato, ma lei non l’ha scalfito, il mio silenzio, almeno quando c’era. Maledettamente esistevano le altre cose, la fretta, i negozi, il regalo per il suo Nico, il viaggio, i trenta e lode… Cosa ha capito lei? Dove andrà a nascondersi? Non sa forse che la inseguirò fino alla fine? E io forse ho capito perché farò qualcosa di talmente assurdo? Lei ha ragione: io non la ascolto, non so ascoltare. Non voglio ascoltare più nulla, e voglio assolutamente il silenzio in me, finché saprò crearlo fuori di me. L’amore ha un solo suono, l’unico che accetto: è un sospiro fragile, che brama ed ha paura vicino alla bocca del suo specchio sonoro.
Ma quattro baci, sempre più dolci e compenetranti ci hanno lacerato l’anima. Anche lei lo deve aver sentito.
25 gen. 05
Mi rovino, lavoro senza nessuna prospettiva, bado al presente, non ho idee lungimiranti. In me solo odio e disprezzo si radicano, e la voglia di piegare e non piegarmi. Si profila un futuro basso, nuvoloso. Guardo il mio personaggio, ne scrivo la storia, ne prevedo ogni disgrazia, e quella accade. Lei mi chiese di cambiare il tratto felice della sua storia. Ed ecco non si realizzano che le cose negative, quelle che non hanno importanza, i pensieri dell’esistenza. La confusione, e il suo impenetrabile silenzio, sempre più lontano, e i miei battiti, e i fuochi flebili, flebili. M’incanto di avere qualche possibilità, qua e là, dove mi sento più pronto a precipitare, ma poi mi rendo conto di essere già caduto, che brancolo disarticolato e sconvolto dentro al caso, sempre impietoso. E io posso almeno aver pena di me stesso. Consolazione–condanna. La signora Cacciafuoco ha ragione: in ogni caso è da ripudiare lo stato rilassato del sonno e del sogno. Essere immischiati fino in fondo alla materia, certo, non porta sollievo, ma almeno non si può sprofondare ulteriormente, è terreno di violenza fisica, l’anima (anonima) non penetra, e si ha la mente lucida abbastanza per ubriacarsi con cognizione di causa, in cerca non del sollievo, ma della morte, con coscienza verso le strade dritte e invisibili del mistero più goloso del qui presente Sistema di Fognature. Ma sì. Provare gusto ad ascoltare grugniti e schiamazzi, mai più penare per queste bestie umane senza potenzialità (ma con grandi desideri!), complimenti! Complimenti vivissimi!!! Tutte le storie dovrebbero concludersi in questo modo, con una sconfitta totalizzante. Senza i noiosissimi appelli di chi vuole aver ragione, tutti quanti perdono, dannati e contenti. (In fondo una prospettiva c’è…)
Io mi ucciderei, sapendo che tutto peggiora, fin quando ci sono margini. E, per quanto paia assurdo, ce ne sono sempre, infiniti margini per crollare sempre più in ogni situazione immaginabile. Quanti brutti tiri può riservare la vita, già posso immaginarlo. E quindi… ancora qui, a sperare sul risultato di una lotta immonda che travolge ogni essere vivente sin dalla maledetta nascita? Godimento e masturbazione sono da sempre in rapporto biunivoco, chi riesce a trovare un’alternativa è troppo vicino a Dio per accorgersene.
29 gen. 05
È lacerante quest’umanità, così uniforme e falsamente razionale. Una società troppo estesa porta a compromessi il totale delle azioni; poi si sconfina nella “pazzia”. Ma come altro rispondere? Certamente, anche l’amore vero è appannaggio di chi ha le traveggole. Come si può donare il proprio amore gratuitamente, sperando che l’amata corrisponda in pieno, senza pretendere nulla in cambio? Prima di tutto, la Sicurezza. L’uomo deve donare alla sua donna la sicurezza con la prestanza fisica, con il denaro, essendo rispettato dagli altri uomini che possiedono tutte queste caratteristiche. Il resto non conta. Tutto quello che sta dentro è invisibile, è fin troppo impegnativo e sottile, trema al soffio del Maestrale e della Tramontana, si spezza senza rumore appena si passa sul mio cuore indebolito. E non guarisce mai, una cronica tortura. E non si finisce mai di cercare una distrazione, una musica che batta sulle stesse pulsazioni delle mie domande e dei miei dolori. Beffe di me. Quante il tempo ne porterà ancora, per stroncare le mie ottuse fantasie… senza il coraggio di rubare agli altri un pezzo di sé, rimango un essere etereo, senza fascino, un fantasma che non porta paure né angosce, se le tiene strette fissando dritto sull’indifferenza del vuoto e del pieno. Non sono più innamorato di prima, mi sto solo consumando.
Quasi finito, questo giorno. E solo ora mi chiedo come viverlo, per i pochi minuti che stanno scorrendo sull’orologio. Non lo so. Sono incapace di controllare i miei sprechi, e così già vedo quel poco che ci si può aspettare da una pianura sconfinata nella nebbia… concetti difficili, senza poesia né fascino, né amore.
3 feb. 05
Aspettative, perché mi lascio ingannare così puerilmente da voi, insite nelle cose, nelle persone, nelle dinamiche dell’essere umano? Inganni… non c’è davvero nulla oltre la superficie? Lei è così silenziosa che mi ferisce. Il suo aereo partirà (o già è partito) e i miei appelli non scuotono altro che la mia anima ipersensibile. Sono io ad essere al di sopra? O è lei? Intanto l’ozio e il freddo mi disfano. Posso osservarmi da fuori: sono malandato, sporco, senza parole, iniettato di intuizioni che non hanno sfogo all’esterno: un disastro completo. Le mie fissazioni mi hanno portato in fondo ad un pozzo. Mi basterebbe sorridere, mi basterebbe un suo saluto, poi non potrei fare a meno di tutto il resto, reso avido dalla mancanza. Chi mi aiuta? Al buio non si ragiona… non ce la faccio più! Non ce la faccio più!
5 feb. 05
Varietà di situazioni, sterminate combinazioni possibili: stupore: la coincidenza! Cosa (chi) ha voluto che incontrassi la mia odiata, la mia desiderata Anonima, oggi? Il suo sguardo era commovente, eppure la situazione imponeva la freddezza di un cecchino.
8 feb. 05
Poi, sognando, tante cose mi si presentano, false e vere: la violenza senza limiti, lo sterminio di massa, il padre di lei che mi guarda sottecchi, grossi bulbi pieni di timore, in gran parte già cancellati; un freddo sconfinato.
Le sue parole, i suoi suoni, verso di me.
Il moto continuo del ragionamento fa male allo spirito, rido poco. Come elevarmi? Due soluzioni: tornare molto indietro; andare molto avanti. Rimanendo comunque necessariamente isolato, o allontanato.
Confesso che penso sempre a lei, confesso che la sto dimenticando ed idealizzando, che non cambio mai: mi esalto un momento di fronte a qualcosa che non c’è, lo raccolgo, e piango sulle mie mani piene di niente. Che forma hanno i suoi capelli? Non lo ricordo più. Solo i suoi occhi attenti ed emozionanti posso richiamare, e diventano sempre più vaghi, sorti dall’Iperuranio, tramontati subito nelle valli e nelle ragnatele affamate di sole (un personale, privato panorama di tenebra), scomparsi infine, ritornati, forse, nel Luogo delle Idee.
Le ho dato molto, troppo, probabilmente. L’ho spaventata. La bellezza che era nei miei atti, non sapevo mi avrebbe sfigurato, esaltando il Brutto. Non è giusto. Lei ha solo reagito, e questo poco me l’ha elevata sopra ogni nuvola, rendendola sempre meno raggiungibile. Le sue doti hanno spaventato me, invece, e mi hanno reso meno capace (ora posso dire: sono secco e vuoto, fine e negletto come un’ombra coperta da un’ombra più grande)… è persa, l’ho persa. Già detto.
9 feb. 05
Uno specchio, nel mio sogno, rifletteva quanto sono ridicolo. Ripeteva d’amare una persona, la descriveva con lo stesso amore con cui l’avrei fatto io, a poco a poco. E io, a sentire questo povero brutto ometto, fino a comprendere che anche lui amava la mia A., facendo crescere il mio astio verso questo nuovo avversario senza speranze… dimentico di essere di fronte ad uno specchio. Devo soffrire così? Mi devo sentire inferiore a questi altri dei privi di difetti? Così fortunati da avere tutto ed essere tutto, insieme? Le mie grida non commuovono nessuno.
10 feb. 05
Ricorre sempre meno forte, a onde, questa sua pulsazione, e non so come interpretare quello che mi passa davanti, e attraverso, e nemmeno il suo silenzio e la sua assenza. Non riconosco altro che il tangibile, il tagliente, il contundente. È materiale, è sicuro, e non mi ci voglio appoggiare! Mi dà fastidio l’oppressione delle cose vere solo perché presenti. Dalle sinapsi alle mani, al battito sulla tastiera, quanta strada! E quell’idea, che si perde per sempre, scivolando dalla mia memoria corta verso il nulla da cui era sbocciata, segna una volta di più il mio disappunto per ciò che è concreto e prepotentemente esistente. Gli oggetti ingannano. Fingono di rubare spazio al vuoto che fingono di occupare, e noi, semplici, fingiamo di assecondarle poggiandovi le dita e disegnandone il contorno cogli occhi. È finzione. E paura, davvero una grande paura di afferrare, stavolta a piene mani, il CONCETTO, con questi suoni ingarbugliati, che paiono familiari, e invece “c’è poco da fare”… è la mia lingua??? Precisamente definito da un cerchio di tela, negli “Om” la luce gialla della trasfusione elettricità-luce-occhio-ragionamento. Negli “ohm” passa una sola nota di riferimento: è un La. In un punto del mio occhio sinistro si impunta una lacrima che brucia. Avanguardia e tintinnii sparsi dalle posate, di là, raggiungendo uno stato che non va bene, se mi vedessero, un infarto risolverebbe tutto. E invece ci sono solo io ora qui… sarà così forse fino a morire, senza certezze di nessun genere, e questo non è un male. I miei spasmi sono sparsi, anche loro, nella Storia. Imparare è l’unica speranza, per poter pensare in un'altra maniera. Questo o nulla io mi aspetto. O questo è un viaggio drammatico in mezzo alla Mandria Umana, senza senso e beati gli ignoranti…
7 feb. 05
Le macerie che vedo nei miei sogni sono macerie e scheletri di città vergini nel mio cervello, assenti dalla mia memoria. Da dove provengono, allora? Il riferimento al sangue, alle viscere non è mai stato così forte, così come per la disperata voluttà e l’indifferenza grottesca degli “elementi di piacere” che mai mancano al loro interno: mentre fuori si spezzano crani e scorre per le strade la violenza come il sangue nelle vene vecchie ed intasate di un iperteso, le mie immaginette aprono le cosce senza sorprese, è tutto OK: “Hunky dory, my dear…”. Città sottomarine, tedeschi, slavi, ebrei nei loro ghetti, armi, non ho altro nella testa durante la mia R.E.M., ma lo ammetto, che è rilassante.
Lei, che era tanto presente e brillante nelle mie giornate solo poche settimane fa, non risponde più neanche agli stimoli, è morta. O io sono morto per lei. Il nostro filo si è consumato in fretta, penzola adesso senza stringere più nulla. Mi pare che sia inutile resistere, esistere, esistere, esistere: un’eco non ha senso. Si disperde e muore in un attimo, pare che tuoni la voce di un gigante, e invece già perde consistenza. Dopo due o tre volte diventa chiaro, è solo la cavità che gonfia il senso della vita.
E quindi faccio da muro al tempo, mi lascio sbattere a terra, dove vuole, che differenza fa, quando non arrivano più gli stimoli al cervello? Non posso certamente oppormi ad esso, è solo questione di rimanere qui impalato a farmi incornare da questo Api, che torna sotto mentite spoglie dopo migliaia di anni per vendicarsi della memoria corta e del pressappochismo del sottoscritto. Fa bene ad avercela con me. Perché non rappresento nulla di epico. Sono un banale schiavo che non sa come ribellarsi, un Winston senza Julia, un fanatico scansafatiche.
Mi fa fatica pensare a quello che potrò essere: un grande genio; un ignobile fallito. Preferirei vivere nell’imprudenza della Generazione Ribelle, con quei matti drogati alcolizzati della Beat, ma da solo, senza un soldo, non so se afferrare o sbranare la celebrità, che mi succhia le membra come una puttana avvenente…
11 feb. 05
Devo aprire entrambi gli occhi. Devo accorgermi di quello che accade. Perché ognuno ha diritto di essere uomo, di essere donna, e questo diritto noi occidentali lo neghiamo. Siamo troppo ricchi per accorgerci di quante persone mendicano ai nostri piedi, e continuiamo a dire che non è giusto, che i soldi non bastano mai, che c’è sempre qualcuno sopra di noi a cui dare la colpa. Se c’è una giustizia, la società occidentale deve eclissarsi per sempre. Anche la sua cultura puzza di morte, e peraltro ben pochi la professano. Ma tutto il sistema si compensa follemente, nel suo grandioso sbilanciamento, tutto torna, ogni piega della sua pancia dà appigli, per salvare la peggiore fame che esista: la presunzione di aver ragione. Comincio a disprezzare ogni combinazione di cose, di persone mi venga somministrata dall’Occidente. È pazzesco pensare che ancora oggi speravo di recuperare i contatti con uno dei mostri vomitati dalla sua marcia distruttiva. Una ragazza che è irrimediabilmente legata al Quanto, all’Avere e, se pure lo nasconde, che desidera follemente di vivere “bene”, cioè nel lusso. Abbracciare, invece. Non la povertà, ma la gente povera, donare qualcosa al loro spirito e al loro corpo fino e malato; e ricevere, quel tanto che neanche ci si può immaginare possano dare delle persone sincere e oscurate. Questo dovrei, e questo ho paura di fare.
Nel frattempo scrivo, e non risolvo nessun problema. Sono consapevole che la gente di qui dimentica e ripete continuamente gli stessi errori, so che anche se riuscirò a parlare loro quasi nessuno, forse nessuno sarà in grado di capire, o avrà almeno la volontà di ascoltare. Io, un inetto fra gli inetti.
12 feb. 05
Non esistono abbastanza parole per descrivere tutto. Ora, per esempio, una sorta di confusione vaga, mista, eppure tremendamente precisa mi sta navigando, ma come faccio ad esserne sicuro? Questa è una pagina di diario? Non è un diario: non c’è scritto quello che faccio, ma quello che sono, forse sì, forse no. Come si chiamano tutte le cose che ci stanno scritte dentro? Saperlo, saprebbe di dominazione. Chiamiamo le cose per dominarle. Crediamo di dominare quasi tutto, ormai. Ma non siamo arrivati da nessuna parte, non conosciamo neanche cosa c’è sotto le unghie… non voglio che le cose abbiano un nome, per il momento; il guaio è che già l’hanno dentro il nome che darò loro. Il silenzio che vi regalo, Cose, è prezioso quanto i nomi che avete perso, che probabilmente non ritroverete mai, che avevate essendo voi esistenti, chiamate tutte a partecipare al Dialogo con il muto Universo.
Sentirsi insieme è importante, ma è anche importante essere individualità pensanti. Un movimento dà, inizialmente, sempre buoni frutti per chi vi partecipa. Dopo, omogeneizzandosi, si perde di vista l’importanza delle sfumature, e già è da buttar via un lavoro che però non è fine a se stesso; giacché esso fa camminare, verso dove lo si decide da soli.
La sua indifferenza è incolmabile, come sempre. C’è una parola per questo: tristezza.
15 feb. 05
Ho scritto molte cose in questi giorni che sono depistaggi (per chi?). Perché sono al limite (e non me ne voglio rendere conto). Se non le dico che l’amo, allora meglio morire. È sul limite la vita di chiunque, molti hanno già superato, io so che invece posso esplodere… non devo sprecare la mia occasione di essere completamente, universalmente ME STESSO, spaccando un vaso pieno di guai e di assurdità frementi di terremoti e la mia mano stringe una coperta e devo dirle semplicemente che l’amo e forse non capirà, la travolgerò.
16 feb. 05 (inizio)
Vorrei poter poggiare la testa sulla sua spalla piccola: per respirare la dolcezza dei suoi capelli
Riposare gli occhi sul collo bianco e tenero: per coprirlo di labbra singhiozzanti
Stringere nelle mie mani le sue: perché mi guidino oltre i cancelli della percezione
Perché la realtà si specchi, almeno una volta, nella mia immaginazione
Perché lei possa capire per quanto posso sopportare di non vedere la sua forma
E accorrere come una mamma ad abbracciarmi, quand’è il momento
Per conoscere la grandezza dell’amore
E del suo amore.
Per me: sono un egoista che desidera cogliere gratuitamente il bene più grande della terrenità.
16 feb. 05
Un altro concerto placa la pioggia di sconforto… giungle serpeggiano nei timpani, martelli scuotono le combinazioni di una cassaforte, e ancora porte che cigolano ai sensi figure immobili e fotogrammi fasulli… lei mi ha tradito, un vecchio mi scuote dall’ombra (dov’era rimasto giovane per tanti anni) e di nuovo sembra svanire…
Volano come frecce le lugubri immaginazioni di un oggi abbandonato nelle braccia dello Zero. Sono trafitto e resuscito ogni volta, con immensa fatica e disgusto. A. è cancellata, ora e per sempre, dietro un muro di frasi cortesi, che ha costruito con grandi mattoni di silenzio, ed è un muro che pareva piombarmi addosso… no, invece. Già tutto cicatrizzato, rimane lì dov’è, e il mio timore è gentilmente declinato verso la rassegnazione. Comunque tutto sembra storto, stonato, zoppo. “Ci si fa una croce sopra.” La mia Anonima (non avrà mai un nome), è uno svago teso, un riposo che punge. Con gli amici, le amiche, la sua voce si alza poco, troppo poco per intendere qualcosa che già è sotteso. Ha forse finito col tollerare la mia presenza indagatrice e muta… di spalle, non posso più confonderla: studio la curva del suo dorso. I movimenti poetici delle sue mani quasi stanche, ma sensuali e attrici. Le ciocche dei suoi capelli irregolari e miracolosamente belli d’aspetto, tanto da donarmi il senso del tatto anche dove non possono arrivare le mie dita: già queste ne conoscono la morbidezza e con avidità passano ore ed ore accarezzandoli in un paradiso virtuale e vuoto, senza stancarsene mai. E, sempre sia maledetto, il ma…
22 feb. 05
Stavolta sono le folte note di uno spartito a rapire i miei occhi, e quelli di una giovane ragazza rapita dalla musica, schiavi entrambi della più delicata passione. In quegli occhi, tutta la bellezza di una meravigliosa capacità, una trasparenza sfuggente e quasi impossibile da celare: per pochi attimi una tacita, forte intesa… il resto, al solito. Per A non ha più ragione d’essere il minimo dialogo con me; io non ho più motivi di esserne affascinato; così la seguo stolidamente, ma riesco già a controllare ciò che avviene dentro. L’Anonima è solo una breve immagine incupita. Non voglio più scriverne.
23 feb. 05
Questa nuova, raggiante creatura, è straordinariamente bella, il suo cuore puro le disegna un sorriso che non l’abbandona mai, così difficile da scordare… ed il suo corpo dev’essere facile da abbracciare, da consolare. Una ragazza che è felice della vita, ed è deliziata dalle piccole conquiste che essa cela, sparse fra mari d’incertezze, la sua stessa vita è un fiore che sboccia nella mia, che mi fa sorridere. Già mi ha contagiato con la sua fresca e morbida voglia di esserci comunque… mi guardava avvicinarmi, sulla bocca un sorriso irresistibile… ho dovuto parlarle,se volevo continuare a considerarmi un uomo. Raramente si può essere così grati di aver parlato ad una persona. Non sappiamo i nostri nomi, ma già sappiamo riconoscerci tra milioni. Le voglio bene.
26 feb. 05
Pian piano, lo riconosco: non riesco più a pensare a me stesso. E sto… no, forse non sto meglio… forse è solo un antinferno, uno stato d’animo ibernato. Ma l’assenza di sensazioni, un’ottica completamente vergine, potrebbe consistere, chissà, ad una morte parziale, o ad un nuovo arto del mio spirito. Migrano i miei pensieri verso paesi intergalattici, si tuffano in mari di zolfo, esplodono in una qualche atmosfera colma di metano, si disperdono nelle pieghe grasse dell’universo, e non si possono più richiamare indietro. Così i miei sogni affondano la loro lama-follia nelle carni tenere di un’infanzia prima rinnegata e poi compianta. Così non riesco a distinguere più le persone importanti, la confusione e le contraddizioni del quotidiano mi accecano. Solo ciò che è stato scritto è importante ora. Le teorie, le storie, le leggi stampate hanno preso il posto della mia A. … e loro, almeno, non possono dire di no. È come se stuprassi le parole che leggo, e più il mondo mi fa schifo, più violentemente penetro in esse, rompendone ogni limite semantico, travisando ogni corrispondenza con il vero che cercano di specchiare. Sono al limite, e non me ne rendo più conto.
29 mar. 05
Un sole mai così accecante, amplificato da miliardi di gocce d’acqua, domina la mia piatta, illogica periferia, donandole un aspetto apocalittico: tutto sembra malamente mascherato di serenità, ma anche agli occhi meno attenti questa atmosfera non può che trasmettere angoscia. Tutta questa luce, gialla e rosa, non riesce ad illuminare: ad ogni angolo è il buio più impenetrabile. La pioggia uniforma tutto questo paradosso… è improbabile che tutto ciò sia un frutto puro delle condizioni astronomiche e meteorologiche, avverto qualcosa che cova, nel sottosuolo, una deformità maligna. Alcuni insignificanti esseri gocciolano e tremano, ignari e sbigottiti; ogni oggetto appare catturato in un’immobilità che trasuda un irresistibile desiderio di far presto spazio alla notte, ma intanto i secondi avanzano ed il sole non cala! Il profumo dell’acquazzone si sparge dentro questa stanza, il freddo bagna le mie braccia. Il profumo, la vista di un misero pezzo di verde, il contatto con l’umida brezza mi portano finalmente lontano, sul tappeto d’erba di una collina scozzese, accanto scorgo le Mura romane, riedificate apposta per la gloria di questa breve immagine… ma sono di nuovo qui, coi miei tre pensieri a far nulla e a sperare in qualche Fine del Mondo. Il cielo è tutto una nube azzurra, e bellissimo. Tuttavia penso che la cosa più vicina all’essere Dio sia stare sdraiati, con le braccia dietro la testa, sulla sommità del colle scozzese, coronato di una bruma perenne, a contemplare le dinamiche dei passeri, con una certezza: lei verrà a cercarmi, mi sorriderà, guarderemo assieme l’infinità del cielo e penseremo che l’amore lo abbraccia per intero e che il nostro abbraccio è infinito.
31 mar. 05
Sta calando la notte, una vita fugge,
al ritmo di una litania convulsa.
Gonfia i polmoni sfiniti
Di lacrime e dolori crudeli,
dolce uomo pensieroso e savio,
trema come foglia la tua mano.
Neanche una speranza hai concretato,
battuto ogni volta dal senso del danaro,
ma pungente e sdegnato ti ribelli,
come tutti, del resto, dovremmo.
Pure, questo grumo di folli ti compatirà,
perché hai conquistato un pezzo di storia:
un’altra pietra sulla Torre del Diniego,
lucifera cima di sostanze morte.
Nella sofferenza di un uomo che tanti anni fa mi sfiorava il viso… non riesco a vedere nulla. Sono abbacinato dal mio farmi scorrere, lento, sui gradini inclinati del tempo. Sulla superficie scivolosa di questa scala a chiocciola mi sento ora straordinariamente molle: non sono che un grottesco personaggio semifluido, fluorescente, che si è perso nella memoria delle cose, o delle persone, filtrato nei canali luridi del proprio cuore… deragliato chissà come sul binario della Vita, ed ora condannato alle spiacevoli curve, agli scambi, alle stazioni predefinite. – No, penso, non posso essere limitato al naturale corso degli eventi! E invece permango, sempre meno fiducioso, aspetto di essere sfiorato dalle Possibilità Sovrannaturali. Mi accorgerò infine anch’io del tramonto che è inevitabile al giorno. Posso solo sperare, sin da ora, che il vespro giunga celere, a portare nuove buone dal Fronte… Marcio, marcio, marcisco. Come in queste ore angoscianti, aspettando morbosamente che il Corpo diventi maleodorante… vomito…
1 apr. 05
Non so quando potrò… essere amato. I protagonisti dei miei romanzi non hanno alcun problema, l’Universo, per quanto essi siano afflitti dall’esistenza, dal delitto, dalla cupidigia, si dona loro gratuitamente, qualcosa li rende affascinanti… e io, che sono tale e quale a loro, sto perdendo i miei anni nel pornografico, nella teoria del sesso, nei labirinti dell’Amore. Resto chiuso in questa stanza, in trappola. Tutti i miei ignobili tentativi di avvicinarmi sono orrendi riarrangiamenti di un brano di musica contemporanea, ostici, tanto profondi da riuscire superficiali e vuoti esercizi di trattenimento. Ora compare questa ennesima vittima, questi occhi innegabilmente affascinanti, anche se annegati dall’alcol. Ma, me ne rendo conto benissimo, si tratta di un’altra copia della stessa ragazza, gli occhi della cagna francese, l’incarnato del mio fuoco infantile, il nome… del mio ultimissimo dolorosissimo fallimento. Devo insistere, continuare a picchiare la testa contro una porta che nessuno aprirà? Funesto destino… vivo in un noir senza attori. Solo oggetti, sufficienti a creare il mio incubo.
3 apr. 05
Devo vendicarmi. Devo resistere per una volta ai sentimenti, lasciarla nell’ombra, guardarla con disprezzo, tenere sdegnosamente le distanze: la vendetta è un percorso arduo, cosparso di fessure, che riempiono i polmoni di sangue e bile. Ma se devo soffrire, allora che soffra anche lei, stupida ed ingrata… ha risucchiato ogni felicità, ha bloccato ogni funzione vitale, o almeno così mi sembra… e neanche riesco più ad esprimere quello che provo. Deve pagare.
Nel frattempo i re muoiono, e si traccia una nuova era. Le cose sono proprio troppo dure… una trappola. Un canale. Un brivido: i miei occhi s’inumidiscono, tanto dolore. Meglio al buio. Stridii, crolli, scatti di frenetica follia. Conoscenza. Il sistema nervoso comincia a cedere, sono accecato. Debolezza senza rimedio, i miei visceri trascinati in fondo ad una grotta. Lì dimenticati… gira la mia testa… funesta sorte, quella di un crociato del Contrario, a cercare significato, speranza, riposo, per trovare un campo di sterminio… mi lascerò tutto alle spalle, e nulla sarà cambiato. La mia cellula d’aria sarà distrutta e pompata via nel vuoto tra gli ammassi stellari.
Sono diviso. Anzi, sono spezzato.
4 apr. 05
Un male insostenibile mi assale, la mia vendetta si è consumata. Ma lei pare ancora indifferente, schiva, mi odia, mi evita, mi ammazza. Già da oggi. Da oggi non esiste più alcuna ragione per rimanere in vita. Tanto pare proprio avanzare senza pause l’Inferno!!! Lei mi spintona giù dall’orlo della voragine, lei è diventata un mostro. Non ho più voce.
5 apr. 05
Mi odia con tutto il suo spirito. Le ho scritto una lettera d’addio. Povero bambino imbecille che sono. (Scrisse, citando SdB: “Magari mi troverai ridicola, ma mi disprezzerei se non osassi esserlo mai.”) …Sto navigando in solitaria da quattro mesi; vorrei tornare indietro ma non posso più: non c’è di che vivere. Posso soltanto avanzare e sperare, ma quanto ancora? Il vento mi soffia contro, si prepara una nuova tempesta, e ho fame d’amore. Potessi lasciarmi morire in mezzo al mare…! Ma non c’è nessuno che me lo impedisce… sono troppo codardo.
Dico a me stesso: tu sei pazzo, tu vuoi dilaniare il tuo talento, vuoi infilzare il mondo con parole che nessuno leggerà mai. Oggi so che tutto è legato al controllo della forza, all’uso misurato della violenza. Chi detiene questo potere sul comportamento delle persone non esiterà a strapparmi il cuore dal petto. Sai che perdita! È già da troppo tempo malato, questo nobile muscolo, ogni notte mi implora requie. Beati gli ignoranti: perché avranno una morte inaspettata e già pienamente assimilata… No. Non c’è voglia, non c’è prio a scrivere in questo stato comatoso.
7 apr. 05
Forse fino ad ora non era necessario scrivere nulla. Oggi, persino mi disprezzo, perché siedo chino sulla tastiera: non esiste nessun buon motivo. Ammetto che ho scritto altre volte senza buoni motivi, covandone dentro invece di cattivi. Ora invece non ha assolutamente senso che io perda il mio tempo in questo modo, per cercare di spiegare qualcosa di cui non m’interessa. Solo: come finge bene, la mia figurina sottile, sorride in modo così innocente… e sabato ha riso con risa da strega al mio dolore sgorgante. Se ho continuato ad amarla oltre ogni ragionevolezza, ora non sono in grado di aprire nessuna valvola: respingo le cose e le persone, mantengo le distanze e l’ansia e i torti non esistono. È qualcosa di unico per me, come se si fosse staccato un altro cordone. Ma non me ne importa: le cose più importanti, a cui più tenevo, sono sullo sfondo, come tutto il resto: tutto mi è parimenti indifferente: è l’età della noia-democrazia.
Oh, la cosa importante: voglio diventare ottimista. E poi suicidarmi.
11 apr. 05
Osservo invidioso la gente sotterrare la propria coscienza, io sono capace solo a scavar buche…
La gente che mi conosce meglio trova presto conveniente fuggire da me. Sono morboso, trasmetto il senso della morte, oppure lo semino, e ne raccolgo i frutti rinsecchiti: debolezza, angoscia, repulsione, pulsione verso il collasso. So di essere malato. So che il mio modo di essere è deviato. Ma non concepisco un altro modo di cedere al frastuono, tutte le uscite sono buie; questo lungo corridoio si allarga, la luce non riesce ad illuminare tutto l’anfiteatro. Sfilano maschere, che blaterano una lingua straniera, mi fischiano nelle orecchie le fisime di qualche paranoico eroe dimenticato. Atti epici, incomprensibili, marasmi di glorie appartenute ad epoche passate. E così via. Si rotolano due corpi nudi, generano demoni ed incubi, ed intanto sono felici, godono finché possono… le organizzazioni civili identicamente si fondono in un rito orgiastico coniando nuovi termini di paragone, ingiustizie lineari e perpetue… nulla va risparmiato. Demolire tutto! I rapporti umani sono dannosi, provocano fiducia: non deve esistere la fiducia, se si rischia il tradimento. Cesare, dovevi preservarti nella solitudine: il tuo figliastro, proprio lui cospira contro di te! Troppo tardi… Amleto, tuo padre sarebbe morto, inutilmente piangesti affogando la Danimarca nelle lacrime. Si muore soli, ma non esiste compagnia né comunione in vita, non sperarci. L’affezione – l’affezionarsi – la malattia – l’ammalarsi. Qui non c’è crudeltà. Crudele è il destino di chi ama con convinzione. È ammessa solo la pietà… ma la pietà è una vecchia senza fascino, piegata e striata di rughe: la pietà non è passione. Penso allora: che il cristianesimo sia l’ultimo appiglio? No, è la mia risposta: non avrò mai il fervore ottuso di mio padre. La nuda realtà, ancora una volta, è una vecchia meretrice che si concede ai disperati del millennio che muore (e svogliatamente rinasce)… la verità è che non esiste nessuna soluzione soddisfacente. A queste condizioni è sbagliato continuare a rotolarsi sul freddo pavimento del corridoio…
Ancora lei: che vuole da me questo demone? Sa benissimo che cederò. Maledizione!!!
12 apr. 05
Oggi, tempo di riflessioni e gioie e dispiaceri coperti e forza e debolezza. Oggi sono stato uomo, oggi tremo da umano, parlo forte di cose segrete. Propositi, progetti, speranze… lumi e guide impazzite che mi stornano, m’addormentano, mi addolciscono. Il moto della terra scaraventa i miei viaggi onirici giù dal letto, tutto avvolto nelle coperte mi pare ancora d’oscillare con tutto questo pesante palazzo verso il basso…
13 apr. 05
Nella mia piccola ipnosi lunare aspetto una voce nuova, che rischiari la mia, strozzata dall’indifferenza, disciugata, muta e tutta crepe. E finalmente giunge, da oltre il mare. Grazie a te sono vivo.
14 apr. 05
Sbatto da una parte all’altra della mia gabbia di vetro, come uno stupido insetto (ho le ali mozzate). Sono degradato ad un organo irrigidito dall’abitudine a disperarsi. Confusionario, storto, pigro, sto diventando persino antipatico a me stesso. Filmavo nei miei spazi il mio muso che le implorava di tornare: che pena mi fa. Come ha fatto a non ridermi in faccia? Sono contorto, sono stanco di cercare, e neanche sono sicuro di voler trovare nulla qua dentro. Sartre confessava all’Uomo le sue paure, l’Uomo era lui. Era stato buttato sulla terra, schiantato sulla terra, dalla terra nella terra. Trova inizio e fine quaggiù la mia storia. Vale davvero qualcosa avere delle idee? Essere diversi dagli altri, scopare, ingozzarsi o essere sobrio e misurato? Ho lasciato ogni speranza, sono entrato.
18 apr. 05
Voglia di cambiare, voglia di cambiare. Chi mi dà la forza di battere così violentemente il mio cuore scosso? Lotto contro un macigno, desidero cambiare le leggi della natura, amo un cadavere. Evidentemente sono già impazzito: Darwin e l’evoluzionismo sociale hanno sepolto le mie speranze cent’anni prima che nascessero. Tutto è dimostrato scientificamente. Il secolo precedente: aborti di sogni ed incubi. Il secolo attuale: disillusione, conoscenza e fallimento. La guerra cova in gran segreto nuove uova, ma ogni imprevisto è stato previsto, di sorprese ne vedremo sempre meno. Cosa voglio cambiare? Sono così strano… metto in mostra le mie debolezze, e io non le ho ancora scoperte. Lei non mi rivolge più la parola.
Perché mi comporto così? Perché scrivo così? Perché sento di stare male?
20 apr. 05
Solo per un attimo, oggi, ho creduto di essere tornato in quel triste e bellissimo ottobre 2004. Mi chino su di lei per baciarla: prima si allontana, e ho paura di morirle fra le braccia per il dolore. Poi mi accorgo di non essere ancora pronto, ed il contatto della sua pelle, il solletico dei capelli accade così, all’improvviso, nel più dolce dei modi. La paura e la gioia traducono in battiti il loro alfabeto, tutti insieme, e per qualche secondo non rimane che un animale assetato in me. Lei, sola, sorride, ed è come se il mondo avesse dimenticato che tutte le altre creature hanno diritto di esserci: c’è solo lei, fra cento, nell’aula. E parla, ascolto la sua voce volare, non esiste il rancore… o la maschera è formidabile. Sorride, mentre racconta storie e filastrocche per farmi addormentare sereno. Sedendomi accanto a lei sento il vento triste e forte che passava attraverso i miei vestiti parlandomi d’inverno. È tutta vissuta dentro la mia storia… si può leggere in ogni senso: solo la verità troverai nelle mie frasi involontarie… cos’è accaduto dopo? Vicende che non m’interessano, o che esistono solo in funzione di questa creatura ritrovata. Il suo saluto, da lontano, diventa non sconfitta, ma sfida. La sua manina, che sventola graziosa e fuggevole, posso ancora stringerla e carezzarla, se saprò tornare in inverno… è tutta vissuta dentro la mia storia!
22 apr. 05
Mi capita sotto gli occhi:
O how this spring of love resembleth
The uncertain glory of an april day;
Which now shows all beauty of the sun.
And by and by a cloud takes all away!
Shakespeare vive ancora oggi. La tristezza delle nuvole, il gaudio di un sole ritrovato: cos’altro porterà altrettanto senso nella mia vita? E oggi che il cielo è bianco e basso, riuscirò ad alzare un sorriso?
Mi lascio sprofondare nelle pagine di un libro. Dove si sono posati i suoi occhi.
25 apr. 05
Da un anno ti porto con me, orrida creatura; quando morirò solo tu mi sopravvivrai, il resto chiuso in un cassetto mai aperto. Mai ho avuto nulla da dire… eppure tanto tempo ad osservare le tue scaglie, a pascerti, a riflettere sul mio sogno e sul mio incubo.
Studio le dinamiche del mondo e misuro il mio personale guadagno, avvincendo una specie di amicizia con un ragazzo che non sa come guarire dall’onta del denaro; l’immagine di lei sale come un fuoco sul mio coraggio, mi macella lo stomaco; guadagno l’ipocrisia stizzita di una persona vuota; un amico rivela un passato impolverato e lontano… ascolto i miei dischi in cerca di estasi psicofisiche. Una lama apre le mie carni sparpagliandole qua e là in giro, dove capita, e non sono più interamente me stesso da nessuna parte.
Un esperimento malriuscito, altro non sono… pochi secondi e avrei calcolato gli anni da dentro un coma penoso per i vivi, ma rilassante e gradevolmente ignorato da me.
26 apr. 05
Brividi e angosce, dal mio ventre partono e girano e gonfiano e soffocano la mia testa. Non posso pensare ad altro che a lei. Poco manca che scoppi in lacrime di fronte agli altri, bruciano rossi gli occhi di un condannato cui sia stata rifiutata la grazia. All’università passo, ripasso di fronte alla sua aula, solo per vedere la sua chioma luminosa, scompaio subito dopo pieno di vergogna e di disperazione. La rivedo, miracolosamente, di sfuggita, prima che lei parta. Non porto con me frasi, non so neanche più come parlarle, voglio solo vederla… voglio solo soffrire (farle vedere che io soffro?). Fa finta di non fare caso a me; faccio finta di non far caso a lei, mai la saluto per prima. Ma ogni parola e ogni sguardo e ogni attenzione sono per lei, soltanto per lei, e questo non so nasconderlo, e questo non posso nasconderlo. Lei si accorge di tutto, lo so benissimo, ma le scrivo lettere, la chiamo al telefono, faccio di tutto per non avere alcun dubbio: ormai lei sa che sempre un cuore batterà per lei. Ma non è per il mio cuore ch’ella combatte, lei forse ama davvero qualcun altro. Lei non vuole altro che una vita normale, e meditazioni e pensieri ed evasioni chiuse in sé. Io non ce l’ho fatta, ho dovuto mostrare (senza dimostrare) ogni mio delirio, forse perché solo lei meritava? No… solo lei era in grado di salvarmi. Io… ho saltato, pur vedendo la catastrofe, il vuoto sotto di me, la voragine. Io ho saltato. Ho teso verso di lei le mani. E la sua immagine si è dissolta, all’improvviso. “Tradimento!” pensai, e le ho lanciato improperi e preghiere come a nessuno mai. Che folle sono stato. Ho ritratto il mio braccio teso, quando ancora potevo sperare… Ormai solo la mia cecità mi dà speranza, il mondo mi volta le spalle, e so di aver perso l’anima.
28 apr. 05
A cosa servono le sue scuse? Suonano così false le sue parole che, anche se la sua risposta arriva dopo un mese di silenzio, insperata e salvifica, sono comunque sicuro che il buon senso consiglierebbe di abbandonarla alla sua vita, che tanto dista dalla mia. Se solo lei mi confortasse, distruggendo questi dubbi, chiamandomi lei per prima, vezzeggiandomi come faceva tanto tempo fa. L’unico periodo felice della mia vita recente, come può tanto crudelmente desolarmi? Vane speranze, fuggite via! Siate più veloci di me che v’inseguo! O destino, apri le tue labbra, svela senza titubare cosa mi aspetta! E tu, Angelo, rallenta la tua corsa, lascia che afferri e spezzi le tue ali di cristallo… voglio averti vicino fino alla mia morte, e sarò fedele servo degli antichi segreti che mi svelasti. Ma a cosa serve che ti scusi? Queste parole barocche, artefatte, non rivelano altro che qualche sciocca eleganza, dove invece dovrebbero colpire come sassi, o carezzare, o possedere l’atto. Rassicura, A, il mare di lacrime che s’agita appena dietro i miei occhi. Fai presto…
29 apr. 05
Ancora una volta sull’orlo della giornata. Cosa starà accadendo lì? Sono geloso, sono uno stupido. Di cosa si nutrirà il mio cuore, se lei non chiamerà? Sono un egoista…
Sogno di uccidere, sogno il sangue e la carne colare sull’asfalto pesante e spezzato.
30 apr. 05